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De.licio.us

Diffido dalle persone che si definiscono normali

antoniobellanca00it (20/11/2009 - 23:36)


Più vivo più gli esseri umani più mi sembrano affascinanti e per me pieni di interesse. Stolti o intelligenti meschini o quasi santi, diversamente infelici, tutti sono cari al mio cuore. Mi sembra di non capirli adeguatamente e la mia anima è piena di inesauribile interesse per loro. Molti li conobbi e sono morti; temo che a eccezione di me nessuno vi sia che narrerà la loro storia e come a me piacerebbe fare e non oso. Sarà come se quegli uomini non fossero mai esistiti sulla terra...le persone che amo di più sono quelle non del tutto realizzate, quelle non molto sagge, un pò pazze e possedute. Le persone che hanno una mente sensata destano in me poco interesse. L'uomo realizzato, quello perfetto, non mi attira. Un uomo un pò bizzarro, non solo mi è più gradito; egli è assolutamente più plausibile più in armonia con il tono generale della vita, un fenomeno ancora insondato e fantastico che lo rende al tempo stesso così oscuratamente attraente.

Maksim Gorkij: "due storie"

Ciao Maschio

antoniobellanca00it (18/11/2009 - 20:42)


Una volta che eri mio
non potevo più tollerarti
una volta in cui eri mio
non ho potuto che abbattere
la solidarietà che tanto
ci aveva uniti
.
(V. Parrella, Ciao Maschio, Bompiani
ISBN 978-88-452-6390-3)

 

 

"Versi scritti con tono altissimo". Così inizia l'intervista di Lella Costa all'autrice. Nella breve scrittura di Valeria Parrella un dialogo, sincopato, asciutto, diretto sulla dinamica esistente fra uomo e donna, come possibili innamorati; lei che accetta e condivide il mondo di lui, prima del legame sentimentale come potenzialità e come credenziali del maschio che sta per amare e che dopo, inevitabilmente, si depaupera nella più  totale indifferenza. E non è una condizione relativa ad uno specifico legame è proprio una lucido (e da me condiviso) stato verso tutto il genere maschile.

Paranoie maieutiche

antoniobellanca00it (14/11/2009 - 14:47)


-         Mi sembra di averla già vista; ci conosciamo? – chiedo ad un signore dal volto noto ma di cui non ricordo né dove e quando l’abbia incontrato –
-         Sì, ci conosciamo nel senso che ci vediamo spesso, nelle serate di nebbia come queste. Come sta?
-         Mah, paranoicamente bene, e lei?
-         A parte qualche crisi d’identità anch’io non posso lamentarmi. Permette che mi presenti? Mi chiamo Hyde; con chi ho il piacere di confrontarmi?
-         Molto lieto signor Hyde. Il mio nome è Jeckyll
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Un romanzo di storie

antoniobellanca00it (11/10/2009 - 13:09)


Romanzo di storie. Già nel sottotitolo si percepisce l’intento narrativo dell’autrice. Continuità. Continuità narrativa di singole storie che non appaiono isolate ed a sé stanti. Sembra proprio di leggere un romanzo anzi, di ascoltarlo dalla viva voce di Anna. Continuità anche come giusta alternativa ad un termine eccessivamente abusato nell'inapplicabilità: integrazione. 
 
Un continuum di vita (al singolare: “la vita”), senza distinzione di genere e razza. Un romanzo di storie da amare perché nell’apparente brevità nasconde in sé, pagina dopo pagina, tutto un senso da scoprire ed assaporare lentamente; nostalgia, ricordi, sensazioni alla ricerca del proprio essere in una Milano che nostalgicamente si cerca disperatamente di far sopravvivere. Storie di uomini, di nebbie, di ricordi familiari, in un orgoglioso grido per una città che non è mai come quella del giorno prima e, nel suo rapido cambiamento, si auspica rinnovarsi insieme ai suoi nuovi abitanti. Complimenti Anna, per questa grande opportunità di lustrare le  lenti opacizzate dalle cataratte del pregiudizio. Una nuova visione!
 
 
Anna Lamberti-Bocconi: Rumeni, 2009, Stampa alternativa

Modern Times

antoniobellanca00it (04/10/2009 - 16:25)


#2: TEMPI MODERNI: il secondo film sotto la lente è il noto “Tempi moderni”; apre la scena: "una storia i cui personaggi sono l'industria, l'iniziativa indivuduale, l'umanità e la conquista dell'umanità". A chi l'ha visto, ponendo la domanda durante la primissima parte del film, "qual'è il tuo parere", la risposta è stata: "angosciante!". In effetti l'impronta iniziale è quella di evidenziare la condizione alienata dell'uomo sopraffatto dalle macchine, dal tempo mai sufficiente per sé stesso, l'ingiustizia. Il lato pedagogico del film si sviluppa nella fase centrale e finale. La condizione lavorativa, ma anche la società, ché è e resterà "sempre moderna" è qualcosa che l'uomo non potrà debellare, piuttosto il contrario. Egli sarà sempre e comunque sommerso dal "grigiore" della SUA vita moderna (parafrasando il Calindri). Ecco dove è rintracciabile maggiormente l'aspetto del marxismo. Nel materialismo storico. La condizione alienata dell’uomo è figlia di ogni momento della storia, quale esso sia. Le nuove generazioni forse non conosceranno l'oppressione e la fatica a cui erano soggetti gli operari degli anni 60-70 (descritta abilmente dal Petri con "la classe operaia va in paradiso" ma sicuramente sono a contatto con una realtà analogamente alienante per quanto sostanzialmente diverso il momento lavorativo e la sua condizione. Sorvolando l'approfondimento che meriterebbe altro spazio e contesti  di respiro politico-sindacale, qui invece, si tratta di trovare l'insegnamento e la morale di Tempi moderni. In ogni tempo, caratterizzato da una condizione lavorativa a matrice comune, esiste però un'ancora di salvezza. Il sogno e la speranza, evanescenti ed apparenti magre consolazioni, se nel raccontarli sono un modo per alleviare la fatica dell'uomo "costretto" a lavorare, trovano realizzazione del nei desideri assolutamente raggiungibili. Una famiglia, un figlio, delle passioni condivise ed ancora dei riti non gerarchici bensì come segno da tramandare (che esso sia un film da vedere insieme il fine settimana oppure il gioco di società o altro) è uno dei modi per dare un senso all’esistenza, un semplice e scontato propulsore che permette di avanzare in quella strada percorsa da Chaplin e da Paulette Goddard (la ladra del porto) verso  quella strada che, per quanto ci si auguri che sia interminabile, porterà inevitabilmente verso l'orizzonte con consapevolezza di una vita vissuta alla massima espressione.
 
Antonello Bellanca
 
[postato in “la settima arte”: film come scuola di vita]
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RESTA

antoniobellanca00it (17/09/2009 - 20:08)


Del tuo
 
La vitalità di una società è la comunicazione.
Ho detto vitalità, vedi? No. La VITA.
La vita di una società è sentirsi, ascoltarsi, come attori su un palcoscenico.
Ché lo vedi subito, se si stanno ascoltando o se pensano alla battuta dopo,
senza badare, senza rispetto, senza ascolto.
Resto, resto.
Mi affardello sulle spalle tutti i grazie che devo, e tento il contraccambio.
Nella bolla, dalla bolla, in su.
E ad ogni pensiero che metto in fila, vado fuori.
Ad annusare la pioggia.
La strada.
Il soffritto.
I tram.
E tirare sassolini alle finestre.
Vieni giù?
Scendi?
 
(la chiarina: del restare,delle reti, delle braghe calate)
 
Si respira rabbia e aria di case di ringhiera in queste parole o, comunque, di un vivo desiderio nostalgico per qualcosa che è stato depauperato, sottratto e poi abbandonato, perché ritenuto inutile e senza valore: il semplice vivere o, se si preferisce, il vivere semplice.  L’emergenza della conoscenza condivisa e del continuo aggiornamento nel mondo non delimitato da spazi, promuove il legittimo interrogativo su quanto sia utile scrivere piuttosto che il sol pensare. Scrivere è solo un conseguenza del pensare che già, in sé, contiene tutta la sua necessità? E’ necessario pensare ma non è indispensabile scrivere, a maggior ragione nel “non luogo” per eccellenza dove l’interrogativo “per chi” e “per cosa” scoraggiano qualsiasi iniziativa per quanto si possa credere costruttiva. Né odori, né canto, nessuna presenza solo un semplice riscontro, attesa spasmodica, di qualcuno il cui ingrato compito è quello di trasportare uno specchio, anche piccolo, dove potersi riconoscere. Null’altro. Tra necessità di comunicare un mondo assolutamente prezioso, se non perché è il proprio, quello faticosamente costruito, e il bisogno di un riscontro emotivo non competitivo ed escludente ma affabile ed empatico, non giudicante né recriminante, esplode l’entusiasmo euristico quando si scopre di essere notati. E sì, è proprio qui la questione. Commedianti di una ribalta che impone una maschera da indossare, spesso quella dell’ipocrisia, dopo tanto recitare (a maggior ragione se il soggetto è scritto di proprio pugno ed autobiografico) desiderano almeno un applauso, magari dell’unico spettatore, seduto in ultima fila, quella poco illuminata.
 
 
E del mio
 
 
Quando le parole di Luigi
entrano nei miei pensieri
vuol dire che,
le cose non girano come dovrebbero.
Da attore, nel teatro della vita,
non cerco la parte del protagonista
perché so già che faticosa
quanto quella della comparsa occasionale.
La ribalta spinge ad un crescendo prestazionale;
come comparsa, al massimo, qualche osso rotto
da controfigura.
Ma perché non è possibile intervenire
nella sceneggiatura della vita?
Di autori ce ne sono tanti che offrono (e taluni impongono);
mi si lasci (almeno) questa possibilità.
Chiedere anche la parte principale sarebbe troppo,
ma qualora mi fosse concesso
sarei comunque grato per la possibilità di scelta.
Il teatro dove esibirmi mi è già assegnato
quando uscire di scena, pure.
Una libera interpretazione del copione della vita
è forse chiedere troppo?
 
 
Vi pare, signori che possa più essere vita dove non si muove più nulla?
Se un’opera d’arte sopravvie è solo perché noi possiamo ancora rimuoverla
dalla fissità; sciogliere questa sua forma dentro di noi in movimento vitale
e la vita gliela diamo noi. (L.Pirandello: “questa sera si recita a soggetto”)

Capta peni aerei

antoniobellanca00it (13/09/2009 - 00:01)


Gli ornitologi sono in fermento per la probabile scoperta di una nuova specie di volatile apparso nello spazio virtuale. L’uccello commento, così battezzato per via delle diverse impressioni suscitate negli studiosi osservatori, assomiglierebbe ad una candida ed innocua colomba bianca con il tipico ramoscello d’ulivo nel becco anche se, alcuni studiosi han dichiarato che assomigli piuttosto all’uccello padulo. Ecco che di fronte all’incertezza di una visione comune si è preferito chiamarlo “commento” per via non solo della sua natura (volatilità) ma anche per la sua poliedricità. La visione, si è notato, ha suscitato diversi stati d’animo negli osservatori: pace e serenità, in qualche caso, irritazione e dolore penetrante in altri.
 
Trattandosi di una nuova specie che andrebbe, quindi, studiata a fondo, esisterebbe il serio pericolo che si estingua ancor prima che possa essere adeguatamente osservata e catalogata. Nella stagione di caccia, infatti, l’impulsivo “uccellatore” potrebbe schioppettarlo anzitempo senza aver riflettuto adeguatamente.
 
L’invito a tutta la categoria e di non lasciarsi prendere dall’istintività passionale anche perché, qualora si trattasse della terribile specie “padulo” non riuscendolo ad abbattere in tempo per lo sprovveduto cacciatore si potrebbe rivelare fatale; oltretutto volando basso rischierebbe di abbattere anche quelli che già possiede in saccoccia.
 
Tuttavia è bene evitare, anche, emozioni e spasmi convulsionari qualora non si riuscisse a comprendere ontologicamente il bislacco volatile: è probabile che esso sia solo una fantasmagorica produzione di un disagio della sua natura che, non comprendendosi come coscienza, si eleva a spirito per riconoscersi.
 
[foto Emerson Lake Palmer, same- brano collegato: lucky man]

Il link perduto

antoniobellanca00it (10/09/2009 - 19:37)


 

Sogno di un contatore decrescente di mezzanotte.
 
 
Taggo o non taggo? Oddio, sono tutto sudato…. Mi alzo e precipitosamente accendo il computer: argh! che incubo: ho sognato di aver perso tutti i link dal contatore. Ecco che appare la stramaledettissima finestra che sistematicamente si apre con una lentezza esasperante quando più hai bisogno, velocemente, di accedere ad un po’ di ossigeno virtuale. Dunque la finestra adesso c’è ed inizia, con medesima lentezza, a sputacchiate sullo schermo le icone come un bombardamento fecale di piccioni in piazza del Duomo, nell’unico giorno che hai una premura fottuta e devi recarti ad un appuntamento con il tuo bel vestito sartoriale da indossare per le grandi occasioni. Ed attraversi la piazza correndo e pregando mentre il tempo mostra tutta la sua relatività e futilità concettuale dilatando lo spazio a dismisura cosìcché dovrai ritenerti fortunato se nella grisaglia della tua giacca ci troverai una sola smerdazzata. Il cinismo del tempo mostra le capacità di allargare lo spazio anche di quello virtuale: un tempo  di boot infinitamente lungo quando si vuol accedere alla verità; soddisfatto degli spasmi ed espressioni colleriche, violente, firmate sullo schermo e sui tasti che sembrano innocentemente sottrarsi alla loro parte di responsabilità, finalmente, il tempo si arrende e mi mostra la pagina, quella consolatrice: non a caso la home page richiama l’apatico ma assolutamente tranquillo, focolare domestico. I link son tutti lì: 111; che sollievo.
 
Perdere i link non è come perdere la targhetta del citofono o quella della porta di casa, no. In tal caso l’accesso alle abitazioni dei tuoi conoscenti è sempre garantito, basta bussare; perdere il link significa proprio perdere la chiave per accedere a quei luoghi, donata con estrema fiducia, per aprire in assoluta libertà e con essa anche la matrice per poterla rifare.
 
Mi sorprende come questa tremenda possibilità non sia stata sufficientemente studiata come potenziale condizione deleteria per la stabilità emotiva umana. Come essere virtuale non si dovrebbe avere alcun tipo di feedback negativo, un link è solo una stringa di numeri e lettere eppure, sono sicuro che dietro a quella sfilza di segni ci sia qualcuno, anzi un’idea. Un potenziale pensiero che, nell’apatica mia esistenza, può avere tutte le credenziali per risollevarmi fornendo la necessaria spinta motivazionale. Un’idea che dà consolazione, non di quella magra però.
 
I link non devono sparire; di sottrazioni ne ho avute già tante. Piuttosto penso che oggi è possibile assicurarsi su tutto ed allora è indispensabile tranquillizzare la mia anima inquieta stipulando una bella polizza. E qui nasce il problema: la compagnia, sì quella è fondamentale per stipulare il contratto, ancor di più del premio da pagare. Se essa è di quella buona anche un alto premio è giusto che si paghi. Anche se non mi è chiaro come mai, avendo la fortuna di stringere rapporti con una buona compagnia si debba pagare un premio; il premio in questo caso dovrei riceverlo, come atto di donazione o meglio manna caduta dal cielo. Un premio tutto per me, insomma e conseguentemente,semmai, la giusta dedizione ed attenzione da dedicare alla compagnia.
 
Ritorno a letto e rincuorato dalla riflessione già immagino le pagine bianche aperte sotto la voce facce da libro, escludendo quelle bianche ed evanescenti, ovviamente.
 
Sogni d’oro!
 
Pubblicato su Specularmente IO
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Naturalmente cattivo

antoniobellanca00it (23/08/2009 - 15:53)


Sono Cattivo,
non me ne vanto, ma lo riconosco

 

Versione stampabile
 
La cattiveria insita nell’uomo
(di Antonello Bellanca)
 
 
 
Ancora una riflessione sulla cattiveria, naturale condizione umana a cui l’uomo tende e semmai si sforza per attenuarne gli effetti.
L’uomo buono non esiste, esiste l’uomo che ha saputo dosare la giusta quantità di cattiveria ed ipocrisia”. Così esordiva il mio post inserito il 7/10/2008 su “Praxis on Blog”. E’difficile pensare un modo di soggetti potenzialmente cattivi  e comunque “repressi” da cultura, religione, buon senso ed educazione e, confesso, di aver incontrato numerose resistenze e confutazioni di fronte a questa mia osservazione.
La cattiveria è un atteggiamento ad ampio spettro, con tante facce che si presentano ai nostri occhi inaspettatamente in diverse situazioni. Figlio della cattiveria è la menzogna, l’inganno.
 
Il moralista che non ammette la propria tendenza ad ingannare gli altri si inganna due volte: il suo IO ha imparato a così bene il gioco da riuscire a raggirare completamente perfino sé stesso e quindi ha via libera per fare altrettanto nei confronti del mondo […] la gente buona che non ammette le proprie tendenze malvagie può essere ancor più malvagia della gente cattiva che riconosce le proprie mancanze (R. May)
 
Le parole di Rollo May risultano confortanti non per legittimare un comportamento, sia chiaro, ma per comprendere la complessa psicologia umana e di come possa sconfinare, facilmente, nell’ipocrisia. E a proposito di “comportamenti legittimati” è opportuno che mi soffermi sul modo di fare dell’uomo, inteso come pretesto, per poter mettere in atto una condotta secondo costrizione, discolpandolo per un modo di fare indegno ma che non gli risulta assolutamente difficile fare, tutt’altro:
 
Il sadico fa del male a chi ama non per collera ma per esprimergli amore; molti sopravvissuti alla crudeltà nazista dissero che l’espressione del viso dei loro torturatori rifletteva una richiesta di amore e comprensione; era come se questi sadici fossero essi stessi torturati e cercassero di liberarsi dal loro tormento dando sofferenza agli altri.  
(A. Lowen)
 
Quando lessi l’affermazione di Lowen non riuscivo a trovare un senso, ancorché da contestualizzare nel suo testo sull’amore come cuore della vita. Come può un sadico esprimere amore facendo del male? Ne ho tratto una conclusione, discutibilissima per carità, che però mi ha permesso di riflettere sulla dicotomia amore-odio e del rispettivo rapporto con l’essere umano. L’uomo (che nasce cattivo, ripeto) ha comunque una forte impulso ad amare che spesso viene represso sovraccaricando l’istinto in sadismo. In altre parole si opera del male per liberarsi del male che abbiamo dentro, come se si volesse dire: “sono costretto, è la mia natura…” . E questo giustificherebbe il comportamento di colui che ama senza essere corrisposto che reprimendo la sua volontà esplode con tutta la sua rabbia, talvolta con esiti tragici purtroppo. In tal contesto la cattiveria funziona alla stessa stregua di un potente propellente. E data la facilità con cui si riesce ad innescare la miccia ne deduco che la cattiveria è insita e naturale nell’uomo.
 
La cattiveria, dicevo, come propellente indistintamente presente in ognuno di noi. Siamo, pertanto, tutti uguali? Dico, semmai, che abbiamo un comune denominatore, forse diverso per intensità. Siamo unici e irripetibili, è vero, ma l’impressione di avere sentimenti, tendenze e comportamenti uguali è forte:
 
Non ho vergogna di avere tali impressioni, perché ho capito che tutti noi abbiamo impressioni simili. Il disprezzo che sembra esistere tra uomo e uomo, l’indifferenza che permette che si uccidano persone senza capire che si uccide, come fra gli assassini o senza pensare che si sta uccidendo, come fra i soldati, sono dovuti al fatto che nessuno presta la dovuta attenzione alla circostanza, che sembra astrusa, che anche gli altri sono anime (F. Pessoa).
 
Talvolta può succedere che la cattiveria esploda non per il desiderio del troppo bene bensì perché imposto da altri soggetti, Anche in questo caso la cattiveria, legittimata da un ordine di un superiore ad esempio, non fatica ad esprimersi in tutta la sua preponderanza. La componente morale e i sensi di colpa assumono un valore pressoché nullo poiché il comportamento “cattivo” viene giustificato in funzione del bene collettivo o di quello che viene imposto come bene della collettività. E’ il caso delle guerre, dei fanatismi, dove la soggettività viene meno perché si agisce in funzione di un fine (presunto superiore):
 
L’esempio più evidente di tale fenomeno è il nazionalsocialismo, ma il fanatismo e la collettivizzazione produce effetti analoghi. La figura del leader è assimilata alla figura del redentore e ciò che lui insegna è imposto come dottrina salvifica […] in tal modo la personalità si annulla (E. Neumanann).
 
Come essere umano, concludo, mi viene veramente difficile sostenere di non essere cattivo. La cattiveria è lì, pronta ad uscire dopo essere stata repressa nell’accezione migliore del termine, poiché risulta indispensabile controllare le manifestazioni di malignità e perversità. Non mi dichiaro buono ma adeguatamente addottrinato per un uso consapevole della bontà. Ogni azione buona nasconde un’intenzione a livello pratico ma anche morale; praticamente controllo la cattiveria moralmente, invece, potrei aspettarmi della gratificazione aprendo così le porte ad un altro aspetto della malvagità: l’agire per un fine strettamente personale. Ma questo è un altro discorso….
 
 
Antonello Bellanca 23/08/2009
 
 
Riferimenti:
-         A. Bellanca: Pessimismo od obiettività?, 2008, Praxis on blog (http://antoniobellanca00it.blog.dada.net/post/1207018181/Pessimismo+od+obiettivit%C3%A0%3F#more)
-         A.Lowen: amore, sesso e cuore, 1989, Astrolabio
-         R. May: l’arte del counseling, 1991, Astrolabio
-         E. Neumann: Psicologia del profondo e nuova etica, 2005, Moretti & Vitali
-         F. Pessoa: il libro dell’Inquietudine, 2008, Feltrinelli
 
 

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Interpolazione

antoniobellanca00it (24/05/2009 - 11:44)

Interpolazione dell'empirico


E’ risaputo che con le donne i filosofi in genere non ci sanno fare e se poi si ci mettono combinano disastri e pasticci.
(Franco Volpi, in Schopehauer, introduzione “l’arte di trattare le donne”, Adelphi, 2000, p.17).
 
Apro con quest’affermazione un po’ provocatoria del compianto critico Franco Volpi per sottoporre ad attenzione una questione che non so se definire paradossale o tragicomica.
 
Mi ricollego al personaggio di Bertrand Morane noto come sciupa femmine di “l’uomo che amava le donne”. Per chi ha visto quel film è innegabile che egli era un abile corteggiatore; abile con le parole veniva subito al dunque. L’amplesso decretava la fine della seduzione, non era data la possibilità di un seguito. E così, nella miglior tradizione della filosofia del Marchese de Sade, iniziava una nuova ricerca sempre e comunque con un comune denominatore: le gambe (che descrivono cerchi immaginari sul globo terrestre).
 
Il sesso, l’amplesso, non ama in effetti le grandi parole. Chi si perde in grandi elucubrazioni mentali benché inizialmente possa affascinare, poi causa noia. Dove sta il paradosso? Che chi vede una visione ideale dell’amore, romantico, difficilmente porterà a termine quella visione fantastica, proprio perché nel suo finire termina anche l’illusione del grande amore. La storia è piena di filosofi di grandi e belle parole ma che allo stato dei fatti concludevano ben poco. Uno fra tutti Heidegger con l’Arendt.
 
Ricapitolando: 2 tipi di uomini; uno del tutto e subito e l’altro del niente e del mai. Anche perché, diciamolo, a chi piace annegare tra le tante parole poi restando a bocca asciutta finisce che affoga nelle sue stesse parole. E fin qui niente di nuovo perché un po’ tutti(e) ci siete arrivati.
 
Ma la posizione della donna, in un contesto simile, qual è?
 
Il messaggio fornito da Truffaut, abile conoscitore della psiche umana, per tramite del personaggio di “Aurora”, è notevole! Lui ama consumare, subito e non ha alcuna remora a lasciare una donna per un’altra fintanto ché incontra Aurora. E’ una figura virtuale, esiste e non esiste. E’ una centralinista dalla bella voce del servizio sveglia. Bertrand è intrigato da questa donna, non riesce a strapparle un appuntamento ma lei sa tutto di lui: dove abita, le sue amicizie. L’ha avuto perfino accanto senza che lui, non conoscendola, se ne accorgesse.
 
Questa è una cosa fantastica!
 
L’abilità nota dei grandi filosofi (sfigati?!) di coinvolgere mentalmente le donne con i pensieri e le parole si incarna in un abile donna che, con la stessa arma, riesce ad intrigare un grande seduttore.
 
L’elucubrazione mentale di seduzione non è, dunque, una questione di genere è, semmai, una fine tecnica che fa letteralmente impazzire; è un’arte! Dove sta l’inganno, pertanto? Nella consapevolezza che un atteggiamento simile non potrà mai potrà mai concludersi con un amplesso per svariati motivi. Le aspettative maturate con i “paroloni” diventano tante e non riescono ad equiparare, per coinvolgimento ed intensità, l’atto sessuale.
 
E poi diciamolo!
 
Chi ha il “mezzo” per passare ai fatti non ha bisogno dei grandi paroloni. Mostrata questa dicotomia mi vorrei soffermare sulla seduzione come arte che, a questo punto, denominerei più volentieri e propriamente EROS!
 
Chi usa i paroloni per sedurre deve far i conti, però, con chi ha davanti. Se davanti ha una donna passionale quelle, ovvero, che amano la seduzione “vecchia maniera” è finita! Son dolori, tremendi. L’abile manipolatore rimane basito e di fronte ad un giocare ben più bravo (la donna è donna, eh..) non riesce a più reggere il gioco e dà forfait. Ma questa è un’altra storia.
 
Si parlava di Eros….
 
L’eros è il sale della vita, significa attrarre a sé, con tutti i mezzi, con le parole, sguardo, un modo di vita... Esige uno studio a priori mica da poco. La fatica profusa (penso) è maggiore di quella di un selvaggio amplesso. Materie celebrali in movimento, sotterfugi, bugie….maronna mia….
A parte gli scherzi, quest’arte può anche essere vista con i suoi risvolti positivi e fantastici. E’ innegabile che una visione romantica della vita fa vivere meglio. Tutto ciò che sembrava grigio assume colorazioni meravigliose (ammettiamolo, và…).
 
Ma allora chi sa cucinare belle parole in brodosi
pentoloni per una succosa minestra?
 
A mio avviso c’è chi sa fare l’uno e l’altro. Vedi il Vate che cucinava e mangiava (pardòn beveva..^_^ )…tranne quando, nelle rare volte (vedi la Tamara) e nella vecchiaia, restava a “bocca asciutta” non ricevendo più alcuna offerta di succosi calici. E poi…chi?
 
E adesso un passo di Simmel che non necessita di alcun commento e che chiarisce un po’ il tutto:
 
Nel matrimonio e nei liberi rapporti di tipo matrimoniale è molto forte la tentazione di fondersi completamente l’uno con l’altro durante i primi tempi, di far seguire le ultime riserve dell’anima a quelle del corpo a perdersi in una completa reciprocità […] ma ben presto ci si ritrova l’uno di fronte l’altro a mani vuote che la prodigalità dionisiaca lascia dietro di sé […] l’altro non deve regalarci un dono da accettare ma anche la possibilità di fargli dei doni, con speranze e idealizzazioni, con bellezze nascoste e attrattive di cui lui stesso è consapevole […] non si tratta di illudersi o ingannarsi per ottimismo o per amore ma semplicemente del fatto che anche alcune delle persone che ci stanno vicine, per mantenere elevata per noi la loro attrattiva devono esserci offerte sotto forma di indistinzione o di mancanza di chiarezza.
 
E’ la dicotomia tra totale dedizione e profonda dedizione. La totale dedizione significa trasparenza e, come tale, perde valore nel tempo.
 
Il segreto possiede una tensione che si
dissolve al momento della rivelazione.
 
Ma le questioni affrontate, per terminare questa lunga elucubrazione, non determinano una giusta conclusione. Non esiste, dunque? Legami, più o meno forti, moralità, perbenismo…sesso ad oltranza o mistero della seduzione allo stremo? E’ difficile fornire una risposta obiettiva, posso però servirmi dell’aiuto del grande Truffaut per spiegare quella che dovrebbe essere la metafora del presente post.
 
Bertrand ha la necessità di confrontarsi con l’altro sesso da un punto di vista prettamente emotivo. Gli viene in aiuto una donna, ben più grande di età, che con la sua sapienza mostra che i due mondi “ del tutto e subito” e del romanticismo posso convivere se condotti con consapevolezza. Ma poiché lui è un irriducibile e vorrebbe portarla a letto, lei sottolinea l’ulteriore lezione di vita negandosi all’invito per mantenere una duratura amicizia.

 


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James & Franz

antoniobellanca00it (15/05/2009 - 21:25)


 
E’ forse necessario rivolgersi ad un maestro,
lasciarsi sedurre e affidarsi,
immergendosi profondamente nelle maglie della sua lezione
(P. Mottana)
 
James e Franz, sembra quasi una parodia del celebre film di Truffaut solo che qui i due amici non si conoscono (almeno personalmente) e non c’è una donna da contendere; ci sono io con il mio passato e i miei sentimenti interiori. Inizio a raccontare, chiedendo perdono per l’eccessivo dettaglio al limite delle prolissità, ma assolutamente necessario per rendere merito a due persone che inconsapevolmente mi han permesso di scendere nel baratro senza farmi del male.
 
Ripercorro ricordi di una grande aula  gremita da centinaia di studenti apparentemente interessati alla lezione; l’argomento non è di facile impatto: Hillman e Jung. Mi rendo conto di rimanere, comunque, affascinato dal modo con cui il docente porta avanti la lezione: capirò con il tempo che quel modo lento e baritonale di parlare e di seguire fantasmagoriche figure nell’aria è una delle caratteristiche del “fare anima” . Impregnato dal giudizio affrettato deduco che i miei giovani colleghi sono interessati più alla figura dell’oratore: barba  incolta, capelli lunghi, abbigliamento stile anni ’70. E sì, sicuramente sarà così! Della lezione nulla importa: “è proprio un bell’uomo” echeggia nell’aula da stormi di giovanissime donne.
 
Fastidio, a livello di pelle, incapacità di capire il perché di questa strana sensazione attribuita per lo più al contenuto trasmesso: sono favole per adulti mai cresciuti, sentenzio. È facile parlare di Puer aeternus e di Daimon;  fare anima. Come si fa a fare anima? La magra consolazione di attribuire un valore positivo alla depressione  non mi convince come mi risulta totalmente poco accordata la nota di ricercare nella propria angosciosa discesa esistenziale un motivo per andare alla ricerca del sé: il depresso non ha né orecchie ne occhi, non servirebbero a nulla: è tutto buio. E poi, è facile dire ad un anziano che languidamente pensa, con gli occhi intrisi di “amara nostalgia”, di sforzarsi a guardare avanti, che il corpo muta aspetto ma non la sostanza in un tempo che non ci sarà più. Depressione.  Nel corso della mia apatica esistenza ho avuto modo di scontrarmi spesso con questa feroce bestia: niente e nessuno ti può capire; la più alta presunzione che il male sia solo il tuo e di nessun altro fa scattare un perverso meccanismo di rigetto, violentemente manifestato a volte anche nei confronti delle persone più care.
 
Le lezioni, regolarmente seguite per puro fine di portare a termine l’esame, hanno termine; percezione di angoscia, quella del distacco e della perdita. Ritengo sia dovuta ai bei momenti passati in aula e allo spirito goliardico con i più giovani ragazzi; si cambia pagina, altra materia, altro esame: perpetuo il mio inganno e mi auto convinco che deve essere, per forza, così. Ma le parole sono lì, mi attendono al varco di un libro sottolineato di un acceso arancione, violentato da mille righe di una spessa grafite. L’esame, si sa è sempre antipatico, e si vuole terminare le centinaia di pagine al più presto di quello, che poi, è uno dei cinque libri da studiare. Odio per la materia, per il professore, per il libro che riceve le più atroci violenze tracciate da gesti maniacali per note a margine, ma compulsivi e confusi. La lettura dei testi scorre fluidamente e mi rendo conto che la mancata difficoltà, per quella che è il primo passo di un percorso universitario, risulta facile ed immeditata: i concetti sono già assimilati, l’esame coronato felicemente da una sorta di inquisizione protratta nel tempo. “Lei ha sostenuto un esame con l’anima;lei ha fatto anima” dirà il docente segnando il massimo dei voti.
 
Scetticismo allo stato puro, per delle parole che ormai rimangono impresse indelebilmente nella mia vita, dall’assoluta inutilità pratica sino quel momento, adatte solo a fare colpo sull’ingenuità altrui anche come subdola arma seduttiva del concetto, impropriamente adattato, dell’ “Elaborazione erotica del pensiero” di Hillman.
 
James avrebbe dovuto portarmi a riflettere sulla mancanza di fondamento della depressione spesso attribuita ad una deficienza nei confronti di qualcosa o di qualcuno mentre la stessa visione, in forma speculare, può essere intesa come una fortuna per non essere incappato (grazie proprio alla guida del proprio daimon) nei mille pericoli che il destino elargisce, in maniera assolutamente imprevedibile, nella nostra vita. E’ il tipico consiglio da manualetto di pronta consultazione dal titolo “come vivere meglio in sole ventiquattro ore”.
 
Io ti prenderò per i collo, ti metterò la testa sotto;
voglio che tu veda la terra che calpesti,
voglio che tu senta che sto parlando anche di te,
perché un padre lo hai avuto anche tu
(F. Krauspenhaar: Era mio padre, Fazi ed. 2008, p.38)
 
Sino ad allora non avevo alcuna difficoltà a guardare le ingiallite fotografie di famiglia, né dei felici e spensierati ricordi dei momenti passati insieme; forse le fotografie non l’ho neanche mai viste con la dovuta obiettività: la realtà era presente ed estesa, nel mio illusorio pensiero, all’infinito. Non ho mai chiesto scusa e ritardavo quell’abbraccio, un solo abbraccio, proprio perché nella mente alienata dal tempo e dallo spazio, non sarebbe mancata l’occasione. E’ stato improvviso e dolorosissimo; da quel momento in avanti non ci sarebbe stata alcuna possibilità di riscatto e le grida e i pianti sarebbero state, ormai, inascoltate. La depressione ti aspetta pazientemente al varco e allo stesso tempo, paradossalmente, allontana chi ti sta vicino, proprio nel delicato momento in cui desidereresti più affetto e comprensione. Non accetti gratuite frasi scontate da filosofia spicciola: “E’ la vita”! L’indole tranquilla viene spodestata da un atroce sentimento di ira e violenza inaspettata, nei confronti di chi non riesce a comprendere il tuo disagio.
 
Parole non dette, abbracci ritardati e spesso mai dati, fanno parte di un conflitto generazionale che rientra nella normalità (lo capirò più tardi) e l’ingenue frasi delle consuete e fastidiose catene epistolari telematiche che esortano a non rimandare a domani ciò che potresti fare oggi, nei confronti del prossimo e di chi sta vicino, ha un proprio  fondamento. E’ una ruota che gira: padre genericamente inteso è un concetto; ”mio padre”, un altro! La parola “mio padre” contiene in sé un bagaglio emozionale che non sempre (quasi mai) si interfaccia con quello degli altri. Ho fatto fatica a capirlo, l’ho compreso, da solo in meditativa lettura di un’esperienza quasi analoga di un personaggio che, per mia fortuna, vive una propria visione romantica della vita mediante i ricordi di persone e cose importanti del proprio vissuto.
 
Il carattere di nostro padre continua a dispiegarsi
e noi continuiamo ad imparare ancora cose su di lui.
Guardate da vicino le immagini rivelano sempre nuove cose
correggendo il necrologio, sfumando le impressioni,
insegnando ancora qualcosa
(J.Hillman la forza del carattere, Adelphi, 2000, p.221)
 
Le foto, adesso, riesco a vederle con le adeguate lenti anamorfiche sempre le stesse ma ogni volta diverse per quanti messaggi riescono a veicolare, da un’espressione del viso, da un contesto fotografico distrattamente mai visto. Non sono più chiuse in un cassetto: lo scrigno è aperto e condiviso in un mondo dalle mille facce virtuali e dai sentimenti concreti. Non li conosco ma li sento, vicino.
Discendo e rinasco.
 
 
 
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Necessità secondo libertà

antoniobellanca00it (06/05/2009 - 22:33)


           Discendere: rinascere secondo Hillman

 
 
"Josephine Baker irruppe al teatro degli Champs Elysee nell’ottobre del 1925 completamente nuda a parte qualche piuma di struzzo. I movimenti della sua danza indiavolata provocarono l’erezione di tutti i francesi”
(James Hillman, “il codice dell’anima”, Adelphi, 2003, p.83)
 
 
Sesso e filosofia, che connubio!  Hillman ne dà un’interpretazione al fine di trovare un senso in quello che potrebbe essere vista come una caduta ma invece è una ri-salita.
 
Vediamo come:
 
  Josephine Baker, prima ancora di entrare in scena, aveva la necessita di fare del sesso con chiunque le capitasse sotto tiro; una forma di demonizzazione al fine della buona riuscita dello spettacolo. E questo tipo di attività, del tutto naturale e necessaria, era ben vista da tutti. La Baker aveva un dono naturale: oltre che brava ballerina possedeva un gran bel posteriore. Certo, caro lettore, dirai che la Baker strumentalizzava il suo corpo, come se proposto ad una vendita. E non mi sento di darti torto, però considera che la ballerina sentiva questa necessità per affrontare un qualcos’altro. Se togli l’aspetto morale della cosa e della non costrizione da parte di terzi, rimane la scelta dettata dalla libertà e su questo non vedo nulla di male. Ho conosciuto donne (ma anche uomini) che per affrontare la vita avevano bisogno di questo tipo di attaccamento alla terra, benché carnale, e di unificazione con l’altro. Resti ben chiaro, e non perché mi voglia dissociare da un simile atteggiamento, che la mia è una tesi di cui ognuno può servirsene secondo necessità. Secondo il filosofo Hillman l’atteggiamento della Baker è un “discendere” simile al mito della caverna platonico. Discendere, in tal senso, presuppone una inversione di rotta del nostro modo consuetudinario di vedere le cose anche al netto di (falsi) moralismi. Non è una vera e propria discesa ma un discendere intesa come ri-nascita. Analogamente c’è chi “discende” (per ri-nascere) per necessità addentrandosi volontariamente nella depressione, malinconia, nello struggimento interiore se consapevole e certo che si tratti di uno strumento, esulando, dunque, da qualsiasi forma patologica. E’ un esercizio che presuppone un grande sforzo per raggiungere la consapevolezza che si tratti di un bisogno dettato da libertà.
 
Ma l’apparente discesa della Baker non si ferma solo con il desiderio perenne di essere innamorata e del sesso vitale per recitare. Continuerà il suo discendere  anche in altre occasioni, durante la II guerra mondiale e nella lotta dei diritti civili riducendosi, negli anni a venire, ad uno stato estremo di povertà. L’ultimo spettacolo lo porterà avanti con fatica, qualche giorno prima della morte, e benché della bellezza della Baker dei primi anni rimarrà ben poco riceverà, comunque, grande ovazione.
 
Pertanto discesa-ascesa fanno parte della vita e lo scendere apparentemente negli inferi più profondi non significa necessariamente uno stato patologico: può essere una scelta dettata da esigenza e libertà. Come dice Hillman: “l’importante non è il cadere, ma il come si cade.”
[ripropost: giù pubblicato su Aiutati, alle ore 18.13 del 20/07/2007; il post rappresenta la chiave di lettura di BARATRO]
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