Interpolazione
antoniobellanca00it (24/05/2009 - 11:44)
Interpolazione dell'empirico
E’ risaputo che con le donne i filosofi in genere non ci sanno fare e se poi si ci mettono combinano disastri e pasticci.
(Franco Volpi, in Schopehauer, introduzione “l’arte di trattare le donne”, Adelphi, 2000, p.17).
Apro con quest’affermazione un po’ provocatoria del compianto critico Franco Volpi per sottoporre ad attenzione una questione che non so se definire paradossale o tragicomica.
Mi ricollego al personaggio di Bertrand Morane noto come sciupa femmine di “l’uomo che amava le donne”. Per chi ha visto quel film è innegabile che egli era un abile corteggiatore; abile con le parole veniva subito al dunque. L’amplesso decretava la fine della seduzione, non era data la possibilità di un seguito. E così, nella miglior tradizione della filosofia del Marchese de Sade, iniziava una nuova ricerca sempre e comunque con un comune denominatore: le gambe (che descrivono cerchi immaginari sul globo terrestre).
Il sesso, l’amplesso, non ama in effetti le grandi parole. Chi si perde in grandi elucubrazioni mentali benché inizialmente possa affascinare, poi causa noia. Dove sta il paradosso? Che chi vede una visione ideale dell’amore, romantico, difficilmente porterà a termine quella visione fantastica, proprio perché nel suo finire termina anche l’illusione del grande amore. La storia è piena di filosofi di grandi e belle parole ma che allo stato dei fatti concludevano ben poco. Uno fra tutti Heidegger con l’Arendt.
Ricapitolando: 2 tipi di uomini; uno del tutto e subito e l’altro del niente e del mai. Anche perché, diciamolo, a chi piace annegare tra le tante parole poi restando a bocca asciutta finisce che affoga nelle sue stesse parole. E fin qui niente di nuovo perché un po’ tutti(e) ci siete arrivati.
Ma la posizione della donna, in un contesto simile, qual è?
Il messaggio fornito da Truffaut, abile conoscitore della psiche umana, per tramite del personaggio di “Aurora”, è notevole! Lui ama consumare, subito e non ha alcuna remora a lasciare una donna per un’altra fintanto ché incontra Aurora. E’ una figura virtuale, esiste e non esiste. E’ una centralinista dalla bella voce del servizio sveglia. Bertrand è intrigato da questa donna, non riesce a strapparle un appuntamento ma lei sa tutto di lui: dove abita, le sue amicizie. L’ha avuto perfino accanto senza che lui, non conoscendola, se ne accorgesse.
Questa è una cosa fantastica!
L’abilità nota dei grandi filosofi (sfigati?!) di coinvolgere mentalmente le donne con i pensieri e le parole si incarna in un abile donna che, con la stessa arma, riesce ad intrigare un grande seduttore.
L’elucubrazione mentale di seduzione non è, dunque, una questione di genere è, semmai, una fine tecnica che fa letteralmente impazzire; è un’arte! Dove sta l’inganno, pertanto? Nella consapevolezza che un atteggiamento simile non potrà mai potrà mai concludersi con un amplesso per svariati motivi. Le aspettative maturate con i “paroloni” diventano tante e non riescono ad equiparare, per coinvolgimento ed intensità, l’atto sessuale.
E poi diciamolo!
Chi ha il “mezzo” per passare ai fatti non ha bisogno dei grandi paroloni. Mostrata questa dicotomia mi vorrei soffermare sulla seduzione come arte che, a questo punto, denominerei più volentieri e propriamente EROS!
Chi usa i paroloni per sedurre deve far i conti, però, con chi ha davanti. Se davanti ha una donna passionale quelle, ovvero, che amano la seduzione “vecchia maniera” è finita! Son dolori, tremendi. L’abile manipolatore rimane basito e di fronte ad un giocare ben più bravo (la donna è donna, eh..) non riesce a più reggere il gioco e dà forfait. Ma questa è un’altra storia.
Si parlava di Eros….
L’eros è il sale della vita, significa attrarre a sé, con tutti i mezzi, con le parole, sguardo, un modo di vita... Esige uno studio a priori mica da poco. La fatica profusa (penso) è maggiore di quella di un selvaggio amplesso. Materie celebrali in movimento, sotterfugi, bugie….maronna mia….
A parte gli scherzi, quest’arte può anche essere vista con i suoi risvolti positivi e fantastici. E’ innegabile che una visione romantica della vita fa vivere meglio. Tutto ciò che sembrava grigio assume colorazioni meravigliose (ammettiamolo, và…).
Ma allora chi sa cucinare belle parole in brodosi
pentoloni per una succosa minestra?
A mio avviso c’è chi sa fare l’uno e l’altro. Vedi il Vate che cucinava e mangiava (pardòn beveva..^_^ )…tranne quando, nelle rare volte (vedi la Tamara) e nella vecchiaia, restava a “bocca asciutta” non ricevendo più alcuna offerta di succosi calici. E poi…chi?
E adesso un passo di Simmel che non necessita di alcun commento e che chiarisce un po’ il tutto:
Nel matrimonio e nei liberi rapporti di tipo matrimoniale è molto forte la tentazione di fondersi completamente l’uno con l’altro durante i primi tempi, di far seguire le ultime riserve dell’anima a quelle del corpo a perdersi in una completa reciprocità […] ma ben presto ci si ritrova l’uno di fronte l’altro a mani vuote che la prodigalità dionisiaca lascia dietro di sé […] l’altro non deve regalarci un dono da accettare ma anche la possibilità di fargli dei doni, con speranze e idealizzazioni, con bellezze nascoste e attrattive di cui lui stesso è consapevole […] non si tratta di illudersi o ingannarsi per ottimismo o per amore ma semplicemente del fatto che anche alcune delle persone che ci stanno vicine, per mantenere elevata per noi la loro attrattiva devono esserci offerte sotto forma di indistinzione o di mancanza di chiarezza.
E’ la dicotomia tra totale dedizione e profonda dedizione. La totale dedizione significa trasparenza e, come tale, perde valore nel tempo.
Il segreto possiede una tensione che si
dissolve al momento della rivelazione.
Ma le questioni affrontate, per terminare questa lunga elucubrazione, non determinano una giusta conclusione. Non esiste, dunque? Legami, più o meno forti, moralità, perbenismo…sesso ad oltranza o mistero della seduzione allo stremo? E’ difficile fornire una risposta obiettiva, posso però servirmi dell’aiuto del grande Truffaut per spiegare quella che dovrebbe essere la metafora del presente post.
Bertrand ha la necessità di confrontarsi con l’altro sesso da un punto di vista prettamente emotivo. Gli viene in aiuto una donna, ben più grande di età, che con la sua sapienza mostra che i due mondi “ del tutto e subito” e del romanticismo posso convivere se condotti con consapevolezza. Ma poiché lui è un irriducibile e vorrebbe portarla a letto, lei sottolinea l’ulteriore lezione di vita negandosi all’invito per mantenere una duratura amicizia.
James & Franz
antoniobellanca00it (15/05/2009 - 21:25)
E’ forse necessario rivolgersi ad un maestro,
lasciarsi sedurre e affidarsi,
immergendosi profondamente nelle maglie della sua lezione
(P. Mottana)
James e Franz, sembra quasi una parodia del celebre film di Truffaut solo che qui i due amici non si conoscono (almeno personalmente) e non c’è una donna da contendere; ci sono io con il mio passato e i miei sentimenti interiori. Inizio a raccontare, chiedendo perdono per l’eccessivo dettaglio al limite delle prolissità, ma assolutamente necessario per rendere merito a due persone che inconsapevolmente mi han permesso di scendere nel baratro senza farmi del male.
Ripercorro ricordi di una grande aula gremita da centinaia di studenti apparentemente interessati alla lezione; l’argomento non è di facile impatto: Hillman e Jung. Mi rendo conto di rimanere, comunque, affascinato dal modo con cui il docente porta avanti la lezione: capirò con il tempo che quel modo lento e baritonale di parlare e di seguire fantasmagoriche figure nell’aria è una delle caratteristiche del “fare anima” . Impregnato dal giudizio affrettato deduco che i miei giovani colleghi sono interessati più alla figura dell’oratore: barba incolta, capelli lunghi, abbigliamento stile anni ’70. E sì, sicuramente sarà così! Della lezione nulla importa: “è proprio un bell’uomo” echeggia nell’aula da stormi di giovanissime donne.
Fastidio, a livello di pelle, incapacità di capire il perché di questa strana sensazione attribuita per lo più al contenuto trasmesso: sono favole per adulti mai cresciuti, sentenzio. È facile parlare di Puer aeternus e di Daimon; fare anima. Come si fa a fare anima? La magra consolazione di attribuire un valore positivo alla depressione non mi convince come mi risulta totalmente poco accordata la nota di ricercare nella propria angosciosa discesa esistenziale un motivo per andare alla ricerca del sé: il depresso non ha né orecchie ne occhi, non servirebbero a nulla: è tutto buio. E poi, è facile dire ad un anziano che languidamente pensa, con gli occhi intrisi di “amara nostalgia”, di sforzarsi a guardare avanti, che il corpo muta aspetto ma non la sostanza in un tempo che non ci sarà più. Depressione. Nel corso della mia apatica esistenza ho avuto modo di scontrarmi spesso con questa feroce bestia: niente e nessuno ti può capire; la più alta presunzione che il male sia solo il tuo e di nessun altro fa scattare un perverso meccanismo di rigetto, violentemente manifestato a volte anche nei confronti delle persone più care.
Le lezioni, regolarmente seguite per puro fine di portare a termine l’esame, hanno termine; percezione di angoscia, quella del distacco e della perdita. Ritengo sia dovuta ai bei momenti passati in aula e allo spirito goliardico con i più giovani ragazzi; si cambia pagina, altra materia, altro esame: perpetuo il mio inganno e mi auto convinco che deve essere, per forza, così. Ma le parole sono lì, mi attendono al varco di un libro sottolineato di un acceso arancione, violentato da mille righe di una spessa grafite. L’esame, si sa è sempre antipatico, e si vuole terminare le centinaia di pagine al più presto di quello, che poi, è uno dei cinque libri da studiare. Odio per la materia, per il professore, per il libro che riceve le più atroci violenze tracciate da gesti maniacali per note a margine, ma compulsivi e confusi. La lettura dei testi scorre fluidamente e mi rendo conto che la mancata difficoltà, per quella che è il primo passo di un percorso universitario, risulta facile ed immeditata: i concetti sono già assimilati, l’esame coronato felicemente da una sorta di inquisizione protratta nel tempo. “Lei ha sostenuto un esame con l’anima;lei ha fatto anima” dirà il docente segnando il massimo dei voti.
Scetticismo allo stato puro, per delle parole che ormai rimangono impresse indelebilmente nella mia vita, dall’assoluta inutilità pratica sino quel momento, adatte solo a fare colpo sull’ingenuità altrui anche come subdola arma seduttiva del concetto, impropriamente adattato, dell’ “Elaborazione erotica del pensiero” di Hillman.
James avrebbe dovuto portarmi a riflettere sulla mancanza di fondamento della depressione spesso attribuita ad una deficienza nei confronti di qualcosa o di qualcuno mentre la stessa visione, in forma speculare, può essere intesa come una fortuna per non essere incappato (grazie proprio alla guida del proprio daimon) nei mille pericoli che il destino elargisce, in maniera assolutamente imprevedibile, nella nostra vita. E’ il tipico consiglio da manualetto di pronta consultazione dal titolo “come vivere meglio in sole ventiquattro ore”.
Io ti prenderò per i collo, ti metterò la testa sotto;
voglio che tu veda la terra che calpesti,
voglio che tu senta che sto parlando anche di te,
perché un padre lo hai avuto anche tu
(F. Krauspenhaar: Era mio padre, Fazi ed. 2008, p.38)
Sino ad allora non avevo alcuna difficoltà a guardare le ingiallite fotografie di famiglia, né dei felici e spensierati ricordi dei momenti passati insieme; forse le fotografie non l’ho neanche mai viste con la dovuta obiettività: la realtà era presente ed estesa, nel mio illusorio pensiero, all’infinito. Non ho mai chiesto scusa e ritardavo quell’abbraccio, un solo abbraccio, proprio perché nella mente alienata dal tempo e dallo spazio, non sarebbe mancata l’occasione. E’ stato improvviso e dolorosissimo; da quel momento in avanti non ci sarebbe stata alcuna possibilità di riscatto e le grida e i pianti sarebbero state, ormai, inascoltate. La depressione ti aspetta pazientemente al varco e allo stesso tempo, paradossalmente, allontana chi ti sta vicino, proprio nel delicato momento in cui desidereresti più affetto e comprensione. Non accetti gratuite frasi scontate da filosofia spicciola: “E’ la vita”! L’indole tranquilla viene spodestata da un atroce sentimento di ira e violenza inaspettata, nei confronti di chi non riesce a comprendere il tuo disagio.
Parole non dette, abbracci ritardati e spesso mai dati, fanno parte di un conflitto generazionale che rientra nella normalità (lo capirò più tardi) e l’ingenue frasi delle consuete e fastidiose catene epistolari telematiche che esortano a non rimandare a domani ciò che potresti fare oggi, nei confronti del prossimo e di chi sta vicino, ha un proprio fondamento. E’ una ruota che gira: padre genericamente inteso è un concetto; ”mio padre”, un altro! La parola “mio padre” contiene in sé un bagaglio emozionale che non sempre (quasi mai) si interfaccia con quello degli altri. Ho fatto fatica a capirlo, l’ho compreso, da solo in meditativa lettura di un’esperienza quasi analoga di un personaggio che, per mia fortuna, vive una propria visione romantica della vita mediante i ricordi di persone e cose importanti del proprio vissuto.
Il carattere di nostro padre continua a dispiegarsi
e noi continuiamo ad imparare ancora cose su di lui.
Guardate da vicino le immagini rivelano sempre nuove cose
correggendo il necrologio, sfumando le impressioni,
insegnando ancora qualcosa
(J.Hillman la forza del carattere, Adelphi, 2000, p.221)
Le foto, adesso, riesco a vederle con le adeguate lenti anamorfiche sempre le stesse ma ogni volta diverse per quanti messaggi riescono a veicolare, da un’espressione del viso, da un contesto fotografico distrattamente mai visto. Non sono più chiuse in un cassetto: lo scrigno è aperto e condiviso in un mondo dalle mille facce virtuali e dai sentimenti concreti. Non li conosco ma li sento, vicino.
Discendo e rinasco.
Necessità secondo libertà
antoniobellanca00it (06/05/2009 - 22:33)
Discendere: rinascere secondo Hillman
"Josephine Baker irruppe al teatro degli Champs Elysee nell’ottobre del 1925 completamente nuda a parte qualche piuma di struzzo. I movimenti “della sua danza indiavolata provocarono l’erezione di tutti i francesi”
(James Hillman, “il codice dell’anima”, Adelphi, 2003, p.83)
Sesso e filosofia, che connubio! Hillman ne dà un’interpretazione al fine di trovare un senso in quello che potrebbe essere vista come una caduta ma invece è una ri-salita.
Vediamo come:
Josephine Baker, prima ancora di entrare in scena, aveva la necessita di fare del sesso con chiunque le capitasse sotto tiro; una forma di demonizzazione al fine della buona riuscita dello spettacolo. E questo tipo di attività, del tutto naturale e necessaria, era ben vista da tutti. La Baker aveva un dono naturale: oltre che brava ballerina possedeva un gran bel posteriore. Certo, caro lettore, dirai che la Baker strumentalizzava il suo corpo, come se proposto ad una vendita. E non mi sento di darti torto, però considera che la ballerina sentiva questa necessità per affrontare un qualcos’altro. Se togli l’aspetto morale della cosa e della non costrizione da parte di terzi, rimane la scelta dettata dalla libertà e su questo non vedo nulla di male. Ho conosciuto donne (ma anche uomini) che per affrontare la vita avevano bisogno di questo tipo di attaccamento alla terra, benché carnale, e di unificazione con l’altro. Resti ben chiaro, e non perché mi voglia dissociare da un simile atteggiamento, che la mia è una tesi di cui ognuno può servirsene secondo necessità. Secondo il filosofo Hillman l’atteggiamento della Baker è un “discendere” simile al mito della caverna platonico. Discendere, in tal senso, presuppone una inversione di rotta del nostro modo consuetudinario di vedere le cose anche al netto di (falsi) moralismi. Non è una vera e propria discesa ma un discendere intesa come ri-nascita. Analogamente c’è chi “discende” (per ri-nascere) per necessità addentrandosi volontariamente nella depressione, malinconia, nello struggimento interiore se consapevole e certo che si tratti di uno strumento, esulando, dunque, da qualsiasi forma patologica. E’ un esercizio che presuppone un grande sforzo per raggiungere la consapevolezza che si tratti di un bisogno dettato da libertà.
Ma l’apparente discesa della Baker non si ferma solo con il desiderio perenne di essere innamorata e del sesso vitale per recitare. Continuerà il suo discendere anche in altre occasioni, durante la II guerra mondiale e nella lotta dei diritti civili riducendosi, negli anni a venire, ad uno stato estremo di povertà. L’ultimo spettacolo lo porterà avanti con fatica, qualche giorno prima della morte, e benché della bellezza della Baker dei primi anni rimarrà ben poco riceverà, comunque, grande ovazione.
Pertanto discesa-ascesa fanno parte della vita e lo scendere apparentemente negli inferi più profondi non significa necessariamente uno stato patologico: può essere una scelta dettata da esigenza e libertà. Come dice Hillman: “l’importante non è il cadere, ma il come si cade.”
[ripropost: giù pubblicato su Aiutati, alle ore 18.13 del 20/07/2007; il post rappresenta la chiave di lettura di BARATRO]
La condivisione analogica
antoniobellanca00it (06/05/2009 - 22:19)
Leggi il mio articolo gentilmente pubblicato da
IBRIDAMENTI
La chiave dei ricordi (17-05-76)
antoniobellanca00it (17/04/2009 - 16:58)
Quale l’argomento di questo post? Un ricordo di infanzia, una musica o cos’altro? Un brano evoca un evento nel suo ripetersi a distanza di anni. Il brano, o meglio l’album in questione, ha come titolo proprio l’accesso allo scrigno dei ricordi per tramite delle canzoni: “songs in the key of life” di Stevie Wonder. Il disco, benché si intraveda appena, è proprio quello appoggiato alla sinistra del losco individuo che vedi nella foto. Il ragazzino è contento perché, in occasione del suo decimo compleanno, ha ricevuto oltre il Made in Japan dei Deep Purple, il lussuoso triplo disco del grande Wonder.
Cosa c’è di speciale in tutto questo? Il ragazzino è cresciuto (male, qualcuno oserà dire ^_*) ma il disco rimane sempre lo stesso e nel risentirlo, a distanza di 33 anni (tanti quanti sono i giri di un LP) riporta alla memoria quel caldo giorno di maggio per lui veramente memorabile. Il disco, dicevo, suona ancora; agli inizi con questo apparecchio (nella foto che vedi c’è sull’apparecchio proprio L’Extended Play dell’LP) oggi l’ascolto, invece, con quest’altro. Mai sostituito con il fratellastro d’argento digitale è necessario che venga ascoltato ancor oggi, con tutti i suoi fruscii perché solo così è possibile evocare la magia della mia fanciullezza.
Condividere ricordi ed emozioni, caro lettore, convieni che è molto, ma molto difficile per la soggettività dell’evento e del contesto cui si svolge per cui sono consapevole che non riuscirò a trasmetterti l’emozione che ho riprovato nel risentirlo, proprio stanotte, dopo tanto tempo di non ascolto. E’ della sana e buona black music, mai banale e scontata come erroneamente si potrebbe pensare ricordando gli ultimi prodotti più commerciali di Stevie. È un concept album di quelli che vanno ascoltati tutti d’un fiato, di seguito e senza interruzioni.
Un abbraccio per tutti, Antonello
Avere per essere
antoniobellanca00it (29/03/2009 - 23:34)
Sopraffatto dalle cose
desiderio di fuga,
abbandonarle non posso
trasformerei la mia presenza in assenza.
amaramente consapevole di me si vedono solo le cose.
Ed allora mi addobbo, ancor di più, ed ho paura:
appesantito dalle tante cose, divento una cosa, come tante, come tanti.
(Antonello)
Caro Sandro, rileggo spesso quanto mi hai scritto sul “condizionamento dell’ambiente”. L’apparente concetto di libertà si manifesta in tutta la sua crudeltà; non siamo liberi, non siamo liberi di pensare ma soprattutto di essere. Anche a voler determinare un’ esistenza secondo propria libertà ci sarà sempre la subdola imposizione di plasmarsi secondo una pubblica decenza, falsa moralità, pregiudizi. L’occhio inquisitore del mio simile, che si sofferma al fenomeno dell’apparenza, benché ancora impossibilitato ad addentrarsi nel mio mondo interiore perché magari ancora non mi conosce, giudica e giudicherà sempre il fenomeno, ciò che appare! E nella speranza di accogliere il mondo circostante dentro le porte della mia casa secondo l’imperativo del sospendere qualsiasi interpretazione, offro (anche inconsapevolmente) un biglietto da visita, ben confezionato. Metaforicamente è quanto è successo durante il nostro incontro, qui nelle mie mura domestiche: abbiamo aperto le “ulteriori” porte dell’interiorità senza alcun confronto materiale. In quei bellissimi momenti trascorsi insieme la sensazione era di trasparenza, non nella terribile accezione della cruda esistenza secondo cui non si è visti, ma di “limpidezza”. Ci siamo guardati nell’anima.
Mi soffermo, ancora, su quanto scrivi:
Nei bambini e negli adolescenti questo disagio (l’essere considerati inferiori se non si possiede…) è ulteriormente amplificato dalla mode e dall’essere trend […] e si sa che tra i bambini o ragazzi, l’essere superiore, il migliore diventa una regola della casta e chi non ne fa parte rimane emarginato nella sua esistenza mediocre: mediocre rispetto a chi?
L’adulto ha la possibilità di insegnare ma rimane comunque sopraffatto dall’imposizione delle mode e, frustrato, non può trasmettere alcun segnale, anche perché non deve. Potrebbe crescere un emarginato. Chi ha imposto le mode sa dove colpire, su coloro che non hanno ancora sviluppato la necessaria capacità critica e che, comunque, giustamente, devono percorrere una propria strada per accrescere il proprio sé: i giovani.
Leggi cosa scrive, a proposito dell’esistenza degli altri, in “essere e il nulla”. Satre:
Sia per l’idealista che per il realista si impone un’unica soluzione: per il fatto che altri ci è rivelato in un mondo spaziale, ciò che ci separa da altri è uno spazio reale o ideale. Quest’affermazione comporta una grave conseguenza: se infatti il mio rapporto con gli altri deve essere del tipo dell’esteriorità d’indifferenza, non posso essere colpito nel mio essere dal sorgere o dallo scomparire di altri, più di quanto un in-sé non lo è nell’apparizione o dalla scomparsa di un altro sé.
Quanto scrive Satre deve farci riflettere, caro Sandro. Noi esistiamo nel confronto con gli altri, tra noi e loro c’è uno spazio (tieni a bada la distinzione e la possibilità tra reale e ideale). Se viene meno l’esteriorità dovrebbe venir meno anche l’essere dell’altro. E invece no, l’esteriorità è solo una copertura, come un vestito più o meno bello, ma sempre qualcosa che protegge e abbellisce. L’essenza della persona, l’in-sé è sempre e comunque data o almeno così dovrebbe essere.
Il tuo amico, Antonello
Dio esiste?
antoniobellanca00it (02/03/2009 - 18:23)

Secoli e secoli di pensiero filosofico nell’affannosa ricerca di Dio e sulla sua esistenza distrutti da una valida ed assoluta concezione: l’impossibilità di conoscere la verità sulla realtà di Dio e se davvero dobbiamo credere in lui.
Se mi fosse chiesto “In quale momento saresti voluto essere presente nella storia?”, non avrei dubbi – “Al primo istante di vita dell’universo!”
Sarà banale ma dentro quell’istante è racchiusa la spiegazione di tutta la nostra esistenza
Anche il grande Kant, come tutti i filosofi, ha tentato di dare una spiegazione plausibile all’esistenza di Dio, senza riuscirci e, oltretutto, costretto a ripiegare su un opinione consolidata e diffusa, benché empirica e fallace: Dio esiste perché esiste la perfezione!
Purtroppo l’essere cresciuti in uno stato cattolico con una catechesi ricevuta in età fanciullesca che spesso ci abbandona appena ci si affaccia all’adolescenza, non ci aiuta.
Il problema è che appena mettiamo in discussione i misteri cardini del cristianesimo ci troviamo senza risposte valide: Gesù è l’incarnazione di Dio? E’ veramente risorto?
Le testimonianze dei vangeli ufficiali ci convincono pienamente?
La libertà nella razionalità del pensiero ritengo sia una possibilità relativamente recente. Non a caso la Chiesa sta affrontando la più grande crisi mistica mai conosciuta, nei confronti di un mondo sempre incerto, dal piacere dell’attimo ben più soddisfacente di un ipotetico migliore futuro eterno. Durante gli studi di filosofia morale sono rimasto estremamente affascinato da Carlo Enzo, un conoscitore del midrash, uno strumento di lettura della Bibbia che tiene conto della terminologia usata dalla lingua ebraica nella stesura del grande testo. Enzo mi è stato utile per capire come tutto ciò che è indicato nella Bibbia non debba essere necessariamente recepito così come è scritto. Ha una sua validità se si considera, però, la condizione storica di riferimento. Ed allora appare tutto più chiaro, circa la creazione, firmamento, tenebre, il settimo giorno e l’albero della vita. Oltre ad aver studiato e riflettuto sul suo “Adamo dove sei?” Ho avuto anche l’opportunità di stringere la mano all’anziano scrittore ed unirmi all’entusiasmo di tutti gli attoniti ascoltatori del seminario universitario. Ma al di là dell’interpretazione secondo esegesi della Bibbia esiste un problema non secondario: la necessaria capacità critica che dovrebbe esistere in ognuno di noi. Purtroppo, per negligenza, non la sfruttiamo e desideriamo il più delle volte essere guidati; in altre parole abbiamo aperto consapevolmente le porte del Cristianesimo proprio per affrontare quella che appare il più grande mistero per l’uomo. La sua provenienza, la sua destinazione, qualcuno a cui credere. Ecco che l’interpretazione di Carlo Enzo mette una pietra nella falla della conoscenza e la sua interpretazione del Sacro Testo appare la più plausibile. Si potrebbe ampliare il concetto con la gnosologia, il demiurgo, il Dio buono da quello cattivo…ma il discorso è troppo ampio. Posso suggerire, qualora si volesse approfondire l’argomento, un bellissimo testo, di facile lettura e comprensione di Salvatore Natoli: progresso e catastrofe.
La ricerca di Dio quindi sta nel percorso che ogni individuo può - se vuole - fare nel cercare di trovare un canale di comunicazione con Dio.
Non esiste dunque una verità assoluta ma una verità relativa che si trova dentro di noi, nel nostro più profondo intimo, dove risiedono tutti i canoni della moralità, del buon senso e del senso di una vita da condurre in maniera ottimale, senza sacrificarla. Anche qui Kant insegna: la legge morale dentro di noi, il cielo stellato sopra di noi.
Ringraziamenti. Chi mi segue da tempo sa di quanto sia “affamato” da sani confronti epistolari da consumare con la dovuta riflessione. Se uso il mezzo multimediale è perché ne riconosco l’ottimale moderna modalità di comunicazione ma non si presta ad una lettura degna di meditazione: troppo veloce e con possibilità di distrarsi dal contesto di riferimento, salvo che stampare il contenuto della pagina web per leggerlo con la calma necessaria. Il mio amico Sandro, ritrovato dopo tanto tempo dai tempi dei banchi di scuola, mi ha fatto un dono (perché chi mette nelle mani altrui il proprio mondo interiore dona qualcosa di veramente prezioso): alcune sue riflessioni inviatemi via mail che ho letto con giusto interesse con la speranza di aver contraccambiato, nel mio piccolo, e contribuito ad arricchire la conoscenza condivisa, nel rispetto di quelle che mi sforzo di portare avanti come ideale modalità di comunicazione filosofica nel web.
Lo scritto in corsivo è di Sandro estratto dal documento dal titolo “Chi siamo? Dio Esiste?” visionabile qui. A Sandro il mio più sincero ringraziamento per lo spunto di riflessione ma anche per aver alimentato la fiammella, ormai quasi esigua, della sincera amicizia.
Parole perse
antoniobellanca00it (25/02/2009 - 20:31)
Ridisegno tutta la presunta utilità
di un mezzo volatile,
il multimediale.
Come arte, intesa, posso guardarla senza esporla,
appesa.
Geloso, ma forse solo intimidito,
la coltivo in segreta condivisione,
io ed altri (forse – magari) centomila,
che non-curiosi
qui arriveranno
a non-chiedersi che cosa significa.
(Antonello 25-02-2009)
La presunzione di autosufficienza
antoniobellanca00it (15/02/2009 - 23:29)

Chi è l’artefice della leggi della natura e del mondo? Se vogliamo tralasciare il divino o perché troppo scontato o perché non credenti ad un ente o essere superiore, rimane a sottoporre ad interrogativo su chi, invece, NON E’ l’artefice. Non c’è dubbio: l’uomo. L’uomo di fronte a questo grande mistero, che è il mondo, rimane per molti secoli assoggettato, indifeso, inerme di fronte all’immensità e al mistero della natura. Ad un certo punto scopre, però, di sapere e di potere fare qualcosa…scopre che le sue idee meccanicistiche possono intervenire sulla natura e pertanto crede di poterla dominare. In una sorta di delirio di onnipotenza ritiene di poter diventare autosufficiente e, contemporaneamente, sperimenta tutte quelle forze liberatorie che per secoli sono state oppresse. L’uomo l’oppressione l’ha sperimentata nei secoli proprio perché pur essendo titolare di libero arbitrio spesso non riusciva e non poteva fare quello che la propria mente desiderava. Oggi non esiste alcun vincolo affinchè egli si dedichi alla dominazione delle leggi di natura. Quale il risultato? Che l’autosufficienza è una presunzione e che non è possibile dominarla, così come la natura che, oltretutto, gli si rivolta contro, chiedendo tutti gli interessi di un periodo relativamente breve (quale la modernità) durante il quale l’uomo ha chiesto in prestito, credendo di evadere o di restituire il maltolto con altra moneta. Niente di più sbagliato!
Virtualmente vostro Antonello
Ciò che si vede è?
antoniobellanca00it (08/02/2009 - 15:36)
La natura profonda
delle cose
ama nascondersi
(Eraclito)
Lavori in corso
antoniobellanca00it (04/02/2009 - 20:17)
Carissimi, sono in fase di ristrutturazione tecnica e mentale; per adesso sto scrivendo qualcosa che tenterò di pubblicare.
Nel frattempo vi indirizzo ad un mio pensiero rimato.
Con affetto estremo, a presto, Antonello
Asintoticamente felice, all'infinito!
antoniobellanca00it (25/01/2009 - 21:46)
L’illusione di perseguire il piacere è
direttamente proporzionale
con quanto la natura è stata clemente nell’uomo
(Antonello)
Tristezza e depressione, ritengo, nascono dal rapporto fra quanto si desidera e da quanto si riesce ad ottenere. Sono due gli elementi da tenere in considerazione: quanto è facile ottenere e quanto desideriamo. Supponiamo che per noi la felicità è quella di amare più donne possibili. Tanto più siamo dotati di bellezza, carisma e più in alto nella posizione sociale ed economica tanto più facile sarà raggiungere questo scopo, anche se il raggiungimento è fittizio; ma poiché è un dono naturale possiamo comunque credere che sia un piacere raggiungibile. Chi invece persegue lo stesso fine ma della natura e sorte non ha avuto alcun beneficio si troverà anche lui a sperare di raggiungere il fine ma in una condizione di insoddisfazione, frustrazione, depressione. Eppure sia nel primo che nel secondo caso si appartiene alla specie umana con medesime aspirazioni. La natura, nel suo travaglio, può operare secondo distinzione attribuendo all’uno o all’altro le giuste possibilità? Mi puoi dire –uomo- che pensare in tal mondo significa discriminare e togliere le possibilità di aspirazione a meno che…tu non intenda sottoporre la riflessione sotto un profilo di felicità relativa. Ma sei sicuro che essere relativamente felici non sia equipollente alla rassegnazione di un comportamento in cui necessita accontentarsi? Magra consolazione accontentarsi…quanti si sono accontentati del proprio lavoro, della propria condizione economica, culturale, sociale e quanti, invece, avrebbero voluto perseguire anche un più nobile fine, come può essere lo studio e la cultura, dovendo anteporre la classica e miserrima frase “è destino”!
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