Per favore: togliete quel velo su Milano.....

Approdo al mondo del sapere condiviso e delle comunità virtuali per studio e, affascinato, continuo vagando alla ricerca di spunti di riflessione affinché il pensiero si dispieghi contro l’immobilità dell’essere. Non conosco Luciano Bianciardi; non ho mai letto qualcosa di lui, almeno sino ieri mattina, in un articolo apparso sul corriere firmato Franco Tettamanti. L’articolo è anticipato dal titolo della rubrica: “cose dell’altro secolo”. Leggendo le parole del Bianciardi mi rendo conto, però, che le parole (tutte, indistintamente) benché dette e riferite al contesto cui si riferiscono continuano ad essere “cose anche di questo secolo”. La frase che ha colpito la mia attenzione: “la rivoluzione se vuol resistere deve restare rivoluzione. Se diventa governo è già fallita”. Invito a riflettere su questa frase: si lotta per qualcosa che, una volta raggiunto, fa dissolvere il passato dimenticando il motivo e il perché si sia raggiunta una posizione o uno scopo. Dirai certo che questa non è una novità e che questa condizione appartiene intrinsecamente all’uomo. E, d’altra parte, diceva Hegel a proposito del popolo come una massa informe che diventando (qualora riesca) “non più popolo” diventa consistente, visibile e soprattutto con una forma. Non è certa mia intenzione fare politica in questo contesto, infatti il focus di quanto voglio dire è la presa coscienza di questa situazione che, creando muro divisorio tra ciò che si è e ciò che si non è, non permette di volgere lo sguardo indietro per capire chi si era veramente. E’ molto semplice sostenere che nel caso di una grossa vincita la prima cosa che si vuol fare è quella di ricordasi dei propri amici e parenti o, ancora, delle persone che han sofferto. Peccato che, nello spazio tra il dire e quello che poi potrebbe accadere ci si intrometta sempre dell’acqua; quella del mare.
Me and you and everyone we know

Premetto che il mio punto di vista può risultare un po’ contraddittorio e ambiguo dato che l’opinione circa blog-fisicità non è sempre uguale, nei miei post trascorsi. Oggi, a differenza, devo ammettere che qualcosa è cambiato. Per spiegarmi meglio devo necessariamente utilizzare una metafora. Benché nei rapporti di lavoro riesco a percepire, durante un colloquio, che la persona di fronte a me sia intellettualmente interessante, la discussione è raro che ecceda la formalità: timidezza, retaggi culturali…non so…è estremamente difficile che si parli di qualcosa al di fuori del lavoro. Per quanto inutile, ritengo precisare che per persona “intellettualmente interessante” intendo “quel raro magnetismo” (citando il mio caro Montale) di sintonia che due anime provano, l’un per l’altra, a livello (principalmente) culturale. Mettiamo, anche, il caso che incontri una ragazza; potrei soffermare lo sguardo sull’aspetto fisico ma nulla mi permette di accedere al suo mondo interiore. Naturalmente il discorso si complica nei riguardi dell’uomo verso cui non dedicherei (ovviamente) nemmeno lo sguardo “godurioso”. Ed allora come “entrare” dentro le parole? Con la magia del blog. Dietro “quelle” parole esiste una persona (indistintamente se uomo o donna). E’ vero, comunque, che sentimenti sublimi provengono da profili femminili, maggiormente sensibili, ma non mi sento di trascurare anche quelli maschili. La magia provata è quel “brivido” che percorre la schiena quando si legge un post, il quale non deve essere letto velocemente, in primo luogo per una forma di rispetto perché la persona che lo ha prodotto ha impiegato tempo e risorse, in seconda battuta perché le parole altrui devono “risuonare” dentro di me. In altre parole, nel leggere un post interessante mi pongo le domande: cosa avrà voluto dire quella persona? Perché ha utilizzato quei termini piuttosto che altri? Quale il suo mondo interiore e cosa vuole comunicare al mondo esterno? E’ un lavoro faticoso, lo ammetto, che necessita del tempo, come ci vuole tempo per diventare amici leggendo solo parole. Ecco, allora, che il blog permette visibilità, del proprio essere ma anche del mondo immaginario che vorremmo che fosse. Posso mostrarmi un grande professionista se questo mi fa piacere, mentre non lo sono affatto nella realtà. E se riesco a mantenere il grado di finzione “alto” per tanto tempo non parlo più di “menzogna” ma di alta teatralità pirandelliana, nel mostrare la parte nascosta in noi che avrebbe voluto emergere. Queste cose, ammetterai, che nella vita reale non è possibile attuarle se non nei casi patologici (e pericolosi) di allontanamento dalla realtà. L’entrare ed uscire, come per un gioco di ruolo, è possibile, invece, solo nella realtà virtuale, che se condotto nel rispetto altrui e nei limiti ben definiti, non credo possa essere additato come qualcosa di deplorevole. Per questo motivo, il più delle volte, quando incontriamo veramente l’utente virtuale restiamo delusi: ci siamo fatti un’idea da noi stessi veicolata dalle parole altrui. E per lo stesso motivo, e qui ammetto la grande provocazione, non esiste bloggher che sia assolutamente fedele alla descrizione che egli fa di sé. Il tempo, comunque, risulta giudice. Anche nella più alta teatralità del blog, con il passar del tempo si impara a rispettarsi, a volersi bene, pur sapendo che si sta giocando. Proprio come nelle amicizie vere. Cosa è una persona? Il suo pensiero? Il suo corpo? Il suo stato sociale? Il lavoro che svolge? Di più. Molto di più. Un esplosione di sentimenti repressi, compressi ed oppressi, dalla consuetudine e dal falso perbenismo e moralismo. L’essenza, la pura essenza, della persona può emergere attraverso le parole e si deve riconoscere al blog questa fantastica possibilità che chiede, soltanto, di dedicargli del tempo. Le dinamiche, invece, a scopo di incontri, sessuali, per quanto legittime se gli utenti attori sono consenzienti, ritengo siano di breve durata e come tali destinate a fallire, lasciando ancora di più l’utente, più o meno“speranzoso”, a bocca amara, il quale, in preda ad una forma di sadismo incontrollato, continuerà a perseverare, distruggendosi.
Titoli di coda: il titolo del post è anche il titolo di un bellissimo brano minimalista di Michael Andrews nonchè di un film, con la stessa colonna sonora, che invito a vedere e sentire perchè ricco di spunti di riflessione.
Inoltre: caro lettore, qualora sei arrivato sino alla fine leggendo il tutto, anche se non hai postato alcun commento, ti sono immensamente grato per l'attenzione che mi hai dedicato.
Il mondo degli esclusi

Attratto da tutti gli articoli che trattano la realtà virtuale non mi sono lasciato sfuggire quello apparso sulla Repubblica di oggi. Nel testo leggo che il web, e in particolar modo il blog, è il mondo in cui trovano felice allocazione "gli esclusi". Ho riletto più volte l'articolo ma non sono ben riuscito a capire a chi si fa riferimento circa la "discriminazione", ovvero verso che cosa. Se si parla di esclusione sociale forse sì! Nel senso che chi non si sente accolto favorevolmente in mondo che sente ostile, probabilmente riesce a mostrare parte di sè in un mondo parallelo caratterizzato da mancanza di vincoli: si può dire di tutto condividendo ogni tipo di messaggio. Non sono un sociologo però è davvero particolare notare che, navigando fra i vari siti e i vai blog, come la realtà virtuale si ponga come un veicolatore dei propri pensieri, angosce, paure ed emozioni; un mezzo che con la sua estrema facilità permette di far sentire la propria voce in un mondo che sembra non ascoltare. Ma, ripeto, non essendo un sociologo non vorrei sbilanciarmi più di tanto senza il pericolo di addentrarmi in qualche forma di contraddizione. Invece vorrei sottoporre ad attenzione il fattore esclusione nei confronti di potenziali scrittori e poeti. Mi piace pensare che in un mondo editoriale affollatissimo, il desiderio legittimo di mostrare la propria vena artistica poetica e narrativa trova, nei blog, la forma di realizzazione idele per esprimersi. Certo mi si può dire che tale possibilità non trova un riscontro economico. Ed allora pongo una questione: perchè dovrei scrivere qualcosa se non ho, poi, un ritorno renumerativo? La risposta, forse, è da ricercare nel desiderio di visibilità. Siamo in tanti ed ognuno, nel più profondo, desidera, almeno una volta, essere protagonista, apparire in qualche modo, essere sottopoto ad intervista. Ed ecco, allora, che il blog permette tutto questo per tramite dei commenti che donano, al relativo post, del valore aggiunto nonchè gratificazione. Il senso di benessere che se ne riceve è proporzionale quanto di più ed importanti sono i commenti. La voglia di scrivere aumenta unitamente all'autostima. Mi chiedo, ancora, quale sia il confine che separa il desiderio appena accennato con qualche forma di esibizionismo; qui l'argomento potrebbe assumere proporzioni ancora maggiori. Proprio oggi, parlando con una collega sull'argomento del sapere che viene dal basso, nella versione più democratica del web, l'attuale web 2.0 , ho espresso l'idea che un uso corretto e mirato del web, nelle forme d'uso non patologiche e convulsive, caratterizzato da uno studio a tavolino circa l'uso cui se ne vuol fare non può identificarsi con esibizionismo bensì con un "sano protagonismo".
Nel vivo desiderio di conoscere ancora più a fondo questo fantastico mondo mi auguro di ricevere dei riscontri; riscontri che, ammetto con sincerità, permettono non solo un uso costruttivo della conoscenza ma anche, per quanto sopra espresso, una forma di gratificazione che verrebbe a formare terreno fertile su cui far crescere nuovi stimoli di discussione e di ulteriori spazi epistemologici.
Antonello
Nota a piè di pagina; la clip art del presente post è stata gentilmente fornita dalla blogger Caterina. L'interessante articolo, cui faccio riferimento e che invito alla vostra attenzione, è apparso su R2 Repubblica di oggi, a cura di G. Romagnoli.
L'oggetto del desiderio
Forse sarebbe stato meglio intitolare il post: desiderare un oggetto. Apparentemente equipollente, giocando con le parole, si sposta l'attenzione o sull'oggetto o sul desiderio. Mi soffermo, in questa sede, non sul desiderio legittimo e supremo relativo al bene, all'amore, alla salute; volgo lo sguardo al desiderio materiale, imposto, inculcato e trasmesso. Penso che tutti siamo stati vittima del desiderare qualcosa di materiale, l'oggetto bello da vedere, da toccare, da possedere, da indossare.
Per riflettere su quest'argomento prendo in prestito le parole di Epicuro : "cosa succede dopo aver posseduto qualcosa che desideriamo ardentemente?" La vita potrebbe cambiare? E se non riusciamo ad ottenerla, potremmo soffrire? La domanda sembra banale, ma formulata nel nostro contesto economico fatta di messaggi pubblicitari dettati dalla politica dell'avere per essere la banalità trova diversa spiegazione. Possedere, dunque, per essere, chiama in causa un atteggiamento non dettato dalla nostra volonta; questo innanzitutto! Desistere, comunque, devo ammettere che è molto difficile. Mettiamo da parte l'effettiva utilità di un oggetto, per il quale ho espresso un pensiero secondo motivate ragioni ; per capire quanto un desiderio sìffatto possa essere assolutamente necessario può tornare utile un semplice esercizio che da tempo metto in pratica quando vengo colto da febbricitante voglia di acquistare qualcosa. Premetto che se un acquisto è dettato da uno stato di disagio, per soddisfare un bisogno di gratificazione personale, lo sforzo da mettere in campo diventa notevole: una lotta ìmpari. Ma conviene, ugualmente, tentare. Quando desidero un oggetto, prima di acquistarlo, lo tengo in mano, per un pò di tempo. Questo è possibile, in particolar modo, nei grandi magazzini. Nel frattempo "faccio un giro" guardando gli altri articoli. Dopo un pò, magicamente, mi rendo conto che il desiderio non è relativo all'acquistare bensì al possedere, anche per breve tempo, quel dato oggetto; in altre parole svanisce, quasi come per incanto, il velo mistico che avvolge la materia. Se, invece, il desiderio persiste, ancor dopo aver tenuto e maneggiato l'oggetto, può darsi che si desidera veramente quella data cosa. Naturalmente questo pensiero vale per tutti gli oggetti per i quali è possibile sbilanciarsi economicamente senza provocare insanabili rotture del conto corrente nonchè coniugali. A titolo di esempio, posseggo una penna da diversi anni, acquistata perchè riusciva a trasmettermi piacevoli sensazioni nel maneggiarla. Ancor oggi, quel desiderio, persiste.
Un abbraccio virtuale, Antonello



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