Dicembre 2007

DLMMGVS
1
2 3 4 5 6 7 8
9 10 11 12 13 14 15
16 17 18 19 20 21 22
23 24 25 26 27 28 29
30 31

Tag

Ultimi commenti

Ultimi post

I miei links preferiti

Diffondi i contenuti

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Dicembre 2007

Gorz e Dorine

antoniobellanca00it (29/12/2007 - 19:23)


L'insensatezza di parlare di amore, al suo esordio, come eterno

versione stampabile

Devo essere impazzito per parlare di amori dispiegati nel gran tempo, eterni, immortali e indistruttibili; immuni da tutte le avversità che si trova scagliate addosso. L’amore, nella sua accezione infinita, è perfino difficile immaginare. Lo si può inneggiare a pensiero più elevato nella poesia, sublimazione di un cuore intriso di passione tormentata e maggiore il delirio e più grande diviene il dolore e il tormento, terreno fertile di belle parole che sembrano (e magari vivono) in eterno. Ecco che l’immensità del sentimento si esplicita, invece, nel desiderio e nell’intenzione, forse anche speranza, del momento che precede l’evento amoroso. Quasi sempre rimangono solo le parole scritte indelebili, riletture poetiche di anime che ritrovano in quei versi nutrimento per un nuovo amore struggente. Parlare di amore eterno, allora, significa rimanere relegato proprio al senso stretto letterario del termine: “parole che parlano di amore e che restano scritte per sempre”; peccato che quasi sempre l’evento cui le parole si riferiscono sia destinato a depauperarsi, nel miglior modo, o a dissolversi nel peggiore dei casi.

La situazione, provocatoriamente vista così, pessimistica e irrisolvibile, non lascia scampo. Rifletto sul perché, sul determinismo che determina la fine di un sentimento da un esordio sublime e  poetico. L’inganno sta nell’inizio, nel mondo di passione che si accende a priori e che non trova più sostegno e costanza nel trascorrere del tempo. Esaltazione, cuore in fiamme, ardente e travolgente passione che si spegne, inevitabilmente, nel trascorrere la vita; il più delle volte si ricerca, dopo un amore finito, lo stesso tormento e patimento. Un amore siffatto non può chiamarsi tale, a mio avviso. Vedo una giusta sostituzione del termine “amore” con “passione” per rimandare, ed augurarsi che sia così, che la parola amore venga coltivata e detta più tardi, molto più tardi. L’inevitabile mia ipotesi dunque: è possibile parlare di amore dopo un trascorrere una vita insieme? Ma soprattutto è possibile che le parole che trattano il sentimento possano essere belle e magnifiche,  elevate alla massima espressione di spiritualità? Sostenere la tesi, confesso, è quasi impossibile; a livello personale dovrei rimandare la dissertazione tra qualche decennio, quando gli addendi della vita definiscono l’esito e il riepilogo dell’amore stesso. Ma impossibile, però, non è se proviamo a ripercorrere la strada di chi ha intrapreso il percorso sopraesposto. Rimane il dubbio, legittimo, se crederci o meno; la ragione (nostra) saprà indicarci quanto le parole di chi esprime un amore sublime, dopo anni e anni di vita trascorsa insieme, possano essere veritiere e profonde, sentite, vissute.

 

L’esempio più eclatante di non solo parole ma di un atto portato all’estremo per un dolore insopportabile è quello del filosofo Gorz; recise il contratto di vita  immediatamente dopo la morte della moglie, già gravemente malata. Ma non è mia intenzione argomentare la spinta che ha portato al gesto estremo, argomento che abbisogna di ulteriore riflessione e giustificazione nonché di svincoli moralistici e religiosi. Vorrei sottoporre ad altrui (virtuale) riflessione le parole del filosofo, a sostegno di quanto da me sopraesposto, anticipatrici del desiderio di una fine, ancora e per l’ultima volta, da vivere insieme (in grassetto le parole che dentro di me han risuonato, tuonando):

 

"Non voglio più, secondo la formula di Georges Bataille, rimandare l'esistenza a più tardi. Sono attento alla tua presenza come ai nostri inizi e mi piacerebbe fartelo sentire. Mi hai dato tutta la tua vita  e tutto di te; vorrei poterti dare tutto di me durante il tempo che ci resta. Hai appena compiuto 82 anni. Sei sempre bella, elegante e desiderabile. Viviamo insieme da 58 anni e ti amo più che mai. Recentemente mi sono innamorato ancora una volta di te e porto in me un vuoto divorante che riempe solo il tuo corpo stetto contro il mio. La notte vedo talvolta il profilo di un uomo che, su una strada vuota e in un pesaggio deserto, cammina dietro ad un feretro. quest'uomo sono io. Il feretro ti porta via. Non voglio assistere alla tua cremazione, non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri ...spio il tuo respiro, la mia mano ti sfiora. A ognuno di noi due piacerebbe non dover sopravviere alla morte dell'altro. Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo passarla insieme (Lettre à D: historie d'un amour; Andrè Gorz)

In Grassetto, dicevo, le parole che ho sottoposto a riflessione e che mi son servite per sostenere la tesi. Nel testo emerge la continuità, l'eternità, ma non da sperare bensì vissuta, come desiderio alimentato giorno dopo giorno; d'apprima l'amore è dispiegato, ma non ancora eterno, e dopo, con una solida base di vita, l'eternità si affaccia, come desiderio, nell'ipotesi (assurda?) di una seconda vita. In sintesi, caro lettore, pur rispettando colui che si serve delle parole veicolate da una ardente passione, vedo in queste (di parole) solo la momentanea espressione di un evento che, alla stessa stregua di un titolo azionario , può, sì, distribuire gli utili, ma nel lunghissimo tempo; che senso, allora, parlare di amore eterno quando ancora dell'eternità c'è solo un desiderio? Dediderare è giusto, lo condivido, sostenere, invece, che lo sia, durevole e intaccabile, quasi impossibile.

 

Page copy protected against web site content infringement by Copyscape

Per non dimenticare la strada che hai percorso...

antoniobellanca00it (22/12/2007 - 19:14)


Quella che vedi nella mia mano è una bellissima penna stilografica, regalo per un grande e importante evento che mi ha visto protagonista la settimana scorsa, precisamente il 12 Dicembre. Per l'occasione desideravo indossare l'orologio del mio caro padre, fermo da molti mesi, custodito in un cassetto. Stupore e meraviglia quando ho scoperto che l'orologio, immobile e privo di carica, segnava proprio il giorno 12. Alle dodici in punto si è svolto l'evento. Mi piace pensare (e nascondere alla razionale evidenza) che questa non sia una semplice coincidenza, bensì come un segno metafisico che desidera essere colto così com'è senza forzati perchè.

Il regalo, dicevo, è una penna. Benchè ancora senza inchiostro scrive anzitempo (e scolpisce) a perenne memoria, l'indispensabile consiglio: "qualora tu un giorno, con questa penna dovessi firmare importanti documenti, ricordati da dove vieni e chi eri; sopratutto non dimenticare chi ti sta (e stava) accanto". Parole scontate, è vero, ma che nella consuetudine dei comportamenti umani trovano concretezza nel limbo del dimenticatoio, delle parole che subentrano preponderanti nella coscienza umana con estrema facilita, la stessa con la quale si riesce a trovare una banalissima giustificazione per sorvolare e non ricordare. Con questa prestigiosa penna desidero ringraziare tutte le persone coinvolte e che hanno collaborato alla realizzazione del mio progetto non una volta, ma sempre e costantemente; una sorta di esercizio, scadenzato e indispensabile, per non dimenticare.