Febbraio 2008

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Archivio Febbraio 2008

Una signora di nome Carolina

antoniobellanca00it (24/02/2008 - 21:41)


Eh sì. E’ una signora, di una certa età, con la quale ho un appuntamento quasi clandestino. Ci amiamo, ormai, da trentasette anni, da quando, ovvero, io bambino seduto dietro pensavo che un giorno avrei potuto guidarla. E nella mente e con la bocca di un fanciullo l’immaginario rombo di un motore, più grande di quanto fosse in realtà, alla conquista di mirabolanti avventure. Come tutti gli anziani aspetta con ansia il momento in cui qualcuno venga a trovarla e quando la saracinesca si alza i grandi occhioni sembrano sorridere e promettere una pronta partenza per la strada che si appresta a percorrere, impaziente di prendere il via e mordere il terreno. E lei canta, canta e ringrazia, per il rispetto che le viene donato e l’ammirazione. Il patto tacito, scritto nel diritto del buonsenso fa si che non venga mai un tradimento dall’altro; lei sa che io non la ho mai tradita e lei ripaga con uguale fedeltà assoluta. Giunta l’ora di riaccompagnarla a casa aspetto il suo bacio di arrivederci che ancor’oggi mi fa arrossire e nel contempo mi gratifica. Ed io ricambio con uguale ardore e affetto, perché il mondo, dopo quella ora passata insieme, magicamente, sembra diverso, più bello e colorato.

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Al cor gentile rempaira sempre amor (Guido Guinizzelli)

antoniobellanca00it (16/02/2008 - 23:09)


Voglio parlare di uno stralcio (Hannibal Lecter, Thomas Harris) che mi è rimasto dentro e mi ha riempito di commozione.. (Ela)
 
“…i cigni neri volarono più in alto che poterono: erano quattro, in formazione, con i colli allungati, in rotta verso sud, il rombo degli aerei sopra di loro, all’alba. Uno scoppio d’artiglieria e il cigno a capo dello stormo ebbe un sussulto e comincia a precipitar con gli altri uccelli che volteggiavano in discesa, perdendo quota in grandi cerchi. Il cigno ferito si abbattè pesantemente in un campo aperto e non si mosse. La sua compagna gli atterrò accanto, lo colpì con il becco, gli girò intorno con grandi strida. Ma non si mosse. Una raffica di colpi occhieggiò nel campo e si vide la fanteria russa muoversi fra gli alberi al limitare del prato. Un panzer tedesco oltrepassò un fosso e si avvicinò attraverso il prato, puntando il cannone fra gli alberi. Il cigno aprì le ali e rimase sul terreno sopra il suo compagno sibilando, colpendo fino all’ultimo il carro con il batter delle sue ali, finchè il panzer passò sopra di loro, indifferente, trascinandosi una poltiglia di carne e di piume.
 
Ed io desidero così commentare:
 
Contro l’indifferenza instillata nell’essere umano, sempre più privato della necessaria sensibilità per poter apprezzare e rispettare un sentimento sublime, come quello dell’amore, mi torna utile commentare il passo sopraesposto fornito gentilmente da Ela. L’amore ha un peso, relativo, soggettivo, ma pur sempre sovrano. Rispetto, ripeto, per il sentimento dell’amore ma anche per la sofferenza altrui; poiché non ci appartiene risulta difficile comprenderla. Come quando vediamo singhiozzare in lacrime un essere umano per la perdita di un caro. Quasi si riesce a trovare il lato ridicolo della situazione: “chissà perché piange tanto”. Certe cose le possono capire solo coloro che ci sono già passate oppure, ancora, chi ha la giusta (naturale) sensibilità per poter comprendere il dolore e tutte le sfumature ad esso correlate. E’ indubbio: siamo troppo distratti. Non ho più dubbi: troppa distrazione veicolata.
 
Ad Ela i miei più sinceri ringraziamenti per la collaborazione apportata a questo blog affinchè (e mi auguro che lo sia sempre) acquisti sempre più attenzione e spessore nei confronti dei sentimenti umani.
Antonello
 
 

L'amicizia non vera è come lo yogurt: dopo breve tempo è soggetto a scadenza

antoniobellanca00it (09/02/2008 - 18:59)

PROLOGO
 
“Noi medici di famiglia ci ritroviamo spesso fra noi, medici con altri medici […] senza mariti e senza mogli […] è il massimo dell’estrazione sociale. Credo che il vero motivo per cui i medici tirano a lavorare sino a settant’anni, e spesso anche oltre, è che altrimenti si ritroverebbero a fare il conto fra la loro età e l’aspettativa di vita media”
(Cecilia Deni “Nessuno a cui parlare”, p.11, untiti.ed, 2006)
 
***
Quando non siamo più utili,
cessiamo di esistere.
(Ninì)
 
Quest’anno ricorre il decennale della morte di Ninì. Era un medico, un amico, un filosofo. Durante il suo lungo percorso professionale, nel paese dove era arrivato giovanissimo, dalla lontana Sicilia, ebbe modo di farsi conoscere ed apprezzare da tutti. Ma Ninì non era solo un medico, al quale sottoponevo tutte le mie patologie o forme psicosomatiche, era anche un amico, un vero amico. Grazie a lui ho capito il significato autentico della parola, del tempo necessario per diventare tale e di come la stessa parola e il sentimento relativo sia, spesso, inflazionata, depauperata, abusata. Poiché non si risparmiava dal fare del bene a tutti era amico di tutti, nel senso che ognuno considerava quel suo modo di fare (giustamente) come un segno di amicizia e, come naturale conseguenza, chi riceveva il servizio poteva vantarsi della facoltà di chiamarlo “amico”. Ricordo, durante i nostri incontri, quando mi disse che i veri amici li scopri nel tempo (e spesso tardi), così come i non-amici. Gran parte di loro che ti cercano, con venerabile adulazione, ti chiamano amico perché hanno bisogno di te, dei tuoi servizi. Non si scordano mai di farti gli auguri di compleanno e per le feste comandate, ti sorridono e ti danno le pacche sulle spalle. Dopo tanti anni di onorato servizio Ninì ha dovuto abbandonare l’attività professionale a causa del pensionamento continuando, però, ad esercitare per “gli amici”. Non era certo rattristato per l’evento, naturale corso della vita di ognuno, anzi poteva dedicarsi con più impegno al suo grande hobby, la scrittura di poesie e di racconti satirici. Pubblica, così, alcuni libri. Da quel momento qualcosa è cambiato, gli amici iniziano a diradarsi, guardato quasi con diffidenza e superficialità, come a voler colpevolizzare e degradare una persona che, dopo aver aiutato tante persone, si sia macchiato della colpa di aver voluto rendere partecipe il mondo esterno dei propri sentimenti.
 
Ti sarei grato, caro lettore, se tu mi confortassi con le tue osservazioni
perché, ho avuto modo di constatare, nuovamente,
come sia improduttivo rendere partecipi gli altri
del proprio mondo interiore.
Finchè delle tua capacità professionale rendi servizio altrui
l’impressione di non essere solo non avrai mai
perché ci sarà sempre l’occasione buona
per sentire come stai,
salvo poi,
chiedere “a proposito…volevo domandarti”…
La tua chiave di volta,
amareggiato ti renderai conto di scoprire,
quando ingenuamente confiderai
che di poetare ti diletti.
Ma nulla cambierà quando tu
nel confidare che di scrivere bloggando
piacere hai o di un libro
che nel cassetto, preponderante, aspetta di uscire,
solo resterai.
(Antonello, 8/2/2008)
 
Ringrazio vivamente Cecilia Deni autrice del libro “Nessuno a cui parlare” e la Untitl.ed  per l’autorizzazione concessa a citare parte del testo.

Il misantropo in me.

antoniobellanca00it (02/02/2008 - 15:44)


Misantropia
; condizione soggettiva o crisi di qualsiasi comunità? La domanda può essere affrontata con riferimento alla propria condizione, è vero, ma mi permetto di sottoporre a degna riflessione un'impressione: perchè ci si ri-ritrova (chiedo venia per il gioco di parole) a chiudersi in sè stessi? Per quale motivo non vediamo l'ora di rientrare nelle mura domestiche per poi, solertemente, chiudere il tutto con la massima velocità? Rifletti lettore: hai mai pensato, magari prima di dormire, della fortuna che hai avuto, nella giornata, di ri-trovarti ancora una volta nel tuo letto e riposare? E del senso di sicurezza che si infonde in te nel ripercorrere tutte le chiusure (e non solo mentali) di casa tua proprio come un uccellino nel suo nido contento di essere dentro, accudito, mentre fuori percepisce ostilità e pericolo? Quali le cause di cotanto comportamento? Fra le tante, forse, emergono due prioritarie. Il senso diffuso di insicurezza che porta a ricercare mura familiari consolatrici, nelle quali eccheggiano voci amiche di madre, fratelli, mogli, figli. Il secondo, in termine numerico, ma molto più subdolo e pericoloso, invece, è il diffuso "relativo" benessere. Noterai, caro lettore, che il termine relativo è ancorato da apici; sta a significare che non è un benessere diffuso inteso come tale; in questo contesto mi servo del concetto per indicare l'orticello che abbiamo faticosamente coltivato, più o meno grande. Sbarre, grate, catenacci, paure (sempre più crescenti) mettono in pericolo quanto soggettivamente è più di prezioso. Se penso alle realtà contadine di un tempo quando si viveva con la porta aperta, in comunione e condivisione di vitto, di sorrisi elargiti alla soglia della porta, continui ai diversi passaggi dalla via dei compaesani...proprio (e per quanto mi sforzi di ricordare) non mi sovviene assolutamente alcun lucchetto...e non solo alle porte.

Saluti affettuosi, Anto