Archivio Aprile 2008
E tu, ricordi la compilation che fu?
antoniobellanca00it (27/04/2008 - 16:04)

Perché un uomo regala una compilation ad una donna? Sarebbe meglio dire, forse, regalava, poiché oggi questa deliziosa attività non sembra più praticata. L’accessibilità odierna alle canzoni, dai più svariati canali, fa si che le compilation non sono più un’arma di seduzione bensì un modo per alimentare la triste solitudine della gioventù d’oggi: il termine compilation ha lasciato il posto al più moderno “playlist” sottintendendo una miscela di brani non necessariamente da condividere o da regalare. Anni fa, dicevo, la “cassetta” era un mezzo di seduzione, studiato, dove la necessaria ponderazione dei brani scelti poteva determinare il buon esito di un momento, per lo più, romantico. TU, donna, ti sei mai chiesta il valore della cassetta (o del cd) che il tuo (futuro) uomo ti stava per donare? Al di là del valore intrinseco, poco più di un euro, e del tempo speso per produrla, ti sei mai posta la domanda di quali sentimenti possano nascondere quella determinata sequenza di brani? Concordo sul valore dei tradizionali, canonici e necessari, pegni d’amore: il mazzo di fiori, l’anello e quant’altro. In tal contesto la compilation, però, rischia di passare inosservata, inutile, frettolosamente consumata, non capita. Eppure il suo valore è alto; relazioni sull’orlo del fallimento potrebbero essere ripresi in extremis ripercorrendo le tappe iniziali del fuoco amoroso ascoltando il susseguirsi dei brani che già una volta ha alimentato passioni e desideri inconfessabili, meglio se con il supporto, ormai invecchiato, originale del tempo. Il supporto, ahimè, spesso, si trova relegato in cantina fra le cose inutili…però donna provo a darti un consiglio. La compilation è così importante per un uomo che spesso ne esiste un’altra copia, salvata dall’oblìo, gelosamente conservata in un cassetto, inumidita da alcune lacrime nostalgiche.
Io, adesso, in nome del necessario puer aeternus che non deve morire, nel rispetto delle nuove tecnologie, volgo alla definizione di una nuova playlist, il cui ascolto solitario, timido e fugace, veicola nuovi sogni di un Peter che sogna l’isola che (purtroppo) non c’è.
Per una migliore comprensione del testo può essere utile cliccare qui e poi se sei ancora interessato, anche qui.
Micro/macro cattività
antoniobellanca00it (08/04/2008 - 14:12)

La cattività è un concetto assolutamente relativo. Nell’opinione comune è l’animale che, sottratto dal suo ambiente naturale, vive in una condizione non sua, più o meno accogliente, ma comunque relegata da ambiti, costrizioni e severità. L’uomo sembra, pertanto, non essere assoggettato a simile “castrazione della vita” in condizioni normali. La cattività, dunque, è una condizione esercitata con la forza da terzi nei confronti di qualcuno per costringerlo a vivere in una condizione che non gli appartiene. Il fautore, secondo questa mia provocante teoria, è l’uomo. Laddove non esiste l’azione cattiva dell’uomo il vivere, secondo cattività, non dovrebbe esistere. Sposto l’attenzione non più nell’azione malefica dell’uomo bensì sui confini che determinano la condizione di cattività. Il primo pensiero è rivolto ad una gabbia, dove un qualsiasi animale dovrà imparare a vivere per sopravvivere. Alle mie spalle, nel mio ufficio, appeso alla parete, c’è un grande planisfero; osservando i confini, nella carta virtuali, mi rendo conto che il concetto di cattività può assumere diverse connotazioni a seconda del contesto in cui si vive. Dentro la frazione millesimale del planisfero c’è un microcosmo segnato, anch’esso, da confini. Una piccola particella dove si può esplicare la cattività è l’ambiente lavorativo; ne esiste una, ancora più piccola, quella del proprio corpo. Nel primo caso si chiama “mobbing”, nel secondo “disturbo psico-fisico”. Non mi addentro in ambiti a me poco conosciuti e non ho le competenze adatte per riflettere sulla denominazione appena accennate; si chiamano così e questo basta. Dico, piuttosto, che si tratta di due ambiti della cattività riconosciuti. Mi interrogo qualora lo sguardo si dovesse allontanare alla scoperta di ambiti di “restrizione” ben più ampi quali e come possano essere denominati quest’ultimi. Si può considerare l’universo una gabbia di costrizioni? Se sì, significa anche ammettere un sito, ancor più vasto, che come riferimento di confronto, si pone (sempre) come la migliore alternativa…
COMMENTO da parte di Caterina:
Per me la cattività dell'uomo spesso è una condizione solo mentale. Mi è capitato di fare teatro con dei denuti (erano in semilibertà) in un momento particolare della mia vita per cui loro mi sembravano più liberi di me...Io al contrario mi sentivo ingabbiata da emozioni personali negative e non mi sentivo al sicuro.
Per usare un paradosso, uno può essere incatenato nel corpo e andarsene dove vuole con la testa o al contrario, un altro, totalmente libero, non sapendo usare la sua libertà si autoincatena metaforicamente... Ti sembra troppo delirante? Smack!
Per usare un paradosso, uno può essere incatenato nel corpo e andarsene dove vuole con la testa o al contrario, un altro, totalmente libero, non sapendo usare la sua libertà si autoincatena metaforicamente... Ti sembra troppo delirante? Smack!



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