bocca della verità
antoniobellanca00it (30/05/2008 - 20:34)
La bocca della verità
è quella più sincera, evvero,
ma anche quella che altro non può
e non deve dire.
Costretta a fare una sola cosa,
per il sollazzo altrui.
La bocca della verità
non deve pensare, sul perché,
gli altri non pensano a lei.
Bambolina, carina, divertente, sorridente,
rimane sempre una bocca perdente.
You've got mail
antoniobellanca00it (20/05/2008 - 18:44)

Busta gialla inerme,
popolo ansimante in attesa
di un segnale sonoro,
l'unico segno, ormai,
di visibilità.
"Qui siamo solo parole".
In effetti in un depauperato contesto sociale, dove si è soli in mezzo a tanta gente si scopre che ci si può accontentare, di parole, poche, semplici parole. Chi poi ci sia dietro non conta poi molto. Il cellulare che non suona, che non vibra all'arrivo di un messaggio, la posta elettronica vuota, non manifestano segni di libertà bensì mancata visibilità e attenzione a cui, giustamente, tutti auspichiamo. La domanda che nasce è se basta un messaggio per sentirsi vivi. Caro lettore, certo che non si vive di solo parole. Il contesto della teatralità vitale è ben altro ma prova a riflettere se un semplice messaggio non possa essere considerato un ottimo coadivuante contro l'apatica indifferenza.
Amèn!
Questi i miei messaggi multimediali:
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La brevità di un amore eterno: "l'amore necessario"
antoniobellanca00it (14/05/2008 - 11:39)
“sono una donna che scrive in un aeroporto [..]
l’uomo guarda,
come sempre gli uomini guardano
il volto delle donne”.
(N. Fusini “l’amore necessario”, Mondadori, 2008, p.9)
Una donna che ripercorre la vicenda del proprio amore, ricordando, scrivendo. L’immagine di un ricordo che si scontra con la realtà e il quotidiano. Sguardi furtivi maschili, sottintendono, ancora, interesse, malizia, seduzione. Ma il presente, passa indifferente di fronte al voler, al dover ricordare…come quando lui chiese…
- “se tu mi chiedessi di restare, resterei”.
- “Per sempre?”
- “No, non per sempre, non te lo posso promettere”
- “Credi all’amore?”
L’eterno dilemma se l’amore possa essere considerato eterno oppure se l’eternità sia assolutamente relativa; brevi attimi di amore intenso, a torto giudicati fugaci ed effimeri, possono essere considerati, come infiniti? Soggettivamente ritengo di sì, l’amore è ricordo di sensazioni, profumi, immagini, attimi donati alla passione che rimangono fissati nel tempo, appunto eterni. L’amore dei genitori, continua nel racconto, ne è la conferma. E’ difficile, dopo aver letto il libro, che legittima e avvalora quello che è stato il mio più intimo segreto riflessivo, considerare concluso un sentimento amoroso se esiste ancora in bocca il languido gusto delle sensazioni.
“l’amore di una donna può essere vigile, esigente, severo, protettivo, materno, può far nascere un uomo, ma non può salvarlo”.
Mi conforta sapere che l’aspetto materno venga riconosciuto proprio da una donna. L’esigenza maschile di sapere che esiste un morbido cuscino su cui fantasticare ma anche crescere, come opportunità offerta…beh! è un grande pensiero e riconoscimento per il “presunto” sesso forte. A nome di tutto il genere maschile un grazie di cuore a Nadia.
In sintesi il consiglio (doveroso scriverlo in grassetto) dell’autrice è proprio questo. Non basta amare per sempre (proprio perché sempre è un concetto assolutamente relativo spesso connesso ad eventi contingenti e spiacevoli) ma necessita saper amare…e bene.
Vivere con i piedi per terra non è una condizione comportamentale
antoniobellanca00it (11/05/2008 - 20:17)
Hai quasi paura che, se torni a sorridere,
le persone non capiscano
quanto profondo sia il tuo dolore.
(F.Volo “Un posto nel mondo, 2006, Oscarmondadori, p.108)
Giro e rigiro intorno all’argomento, su una pagina del libro debitamente segnata, per non dimenticare oppure per la voglia di parlarne. Affrontare o no, forse è meglio con le dovute premesse. Il messaggio non compreso, appieno e male, forse diviene controproducente.
Boomerang
questa è la parola giusta. Mi ricorda tanto la famosa frase dei film polizieschi “qualsiasi cosa dirai potrebbe essere usata contro di te, ricordalo”.
Difficile, dunque, da spiegare, in poche parole arduo da farsi capire…estremamente pericoloso essere frainteso.
Se hai un dolore è difficile parlarne anche perché le persone di tutto vogliono parlare tranne dei tuoi problemi.
Untore.
Il primo aggettivo che mi viene in mente nel momento in cui, invogliato dalla falsa proposta del presunto amico: “c’è qualcosa che non va?”, ti apri confidandoti, nella speranza del sincero invito, l’amico scappa. Si scappa dal disagio altrui. Ad un mendicante che tende la sua mano, la tua (di mano) non gliela concedi mica, semmai uno sguardo laconico come per dire: “ti capisco, sono con te, ma non ti avvicinare”.
Certo, ho appena esposto il caso estremo, ma se ci pensi bene, caro lettore, il più delle volte, quando hai più bisogno di un abbraccio e di un sorriso cerchi lo sguardo e la comprensione altrui, il più delle volte il desiderio non rimane appagato, lasciandoti nell’ulteriore sconforto. Esprimere il proprio malessere e disagio dovrebbe essere naturale, doveroso, obbligato ed invece subentra un lato del vivere secondo cattività dell’essere umano. Ho già esposto che il concetto di cattività non significa solo la privazione di libertà dentro delle mura.
La cattività è repressione, oppressione.
La ricondotta secondo (presunta) retta via l’uomo la ha acquisita nel tempo, una sorta di autoregolamentazione meccanica dove, in una frazione di tempo, si rende conto di cosa sta per dire e per fare, della situazione in cui si trova e delle ripercussioni che il suo atto potrebbe determinare.
Locus of control
è il termine di questa “capacità”. Sì è proprio il caso di parlare di capacità perché bisogna essere proprio bravi ad attuare con maestria una simile pratica. Non è semplice. Chi non riesce viene additato come immaturo, scardinato dalla realtà, disallineato, insomma… con qualche problema.
E a pensarci bene potrei menzionare tante persone che, non attivando l’innaturale pratica mortificante dell’”autoregolamentazione”, lasciandosi trasportare dalla normale emotività e dal bisogno di stringere, magari, dei semplici contatti dialogici, sono stati allontanati. Gente che con qualsiasi pretesto vorrebbe scambiare semplicemente quattro chiacchiere per il sol gusto di poter dire, a fine giornata, “ho avuto una parte di comparsa anch’io in questo mondo”, come giusto che sia, per altro. Di protagonisti veri ce ne sono molto pochi e in genere si susseguono dopo millenni. Il succo del discorso, che dovrebbe trovare allocazione in uno spazio ben più ampio debitamente dibattuto, è la visibilità e il giusto riconoscimento a cui l’essere umano aspira; ma non solo! provo a stilare un breve vademecum del vivere secondo senso:
1) l’uomo non è fatto di solo di lavoro e potere; soffre (ma sarebbe meglio dire, vive) di aspetti di vita languidi e teneri. Non ritengo giusto che questi aspetti debbano essere legittimati solo con forme espressive dell’arte. Qualsiasi momento è giusto per esternare la propria sensibilità e stato d’animo.
2) Ad una siffatta volontà è doveroso tendere ascolto, nel rispetto dell’alternarsi degli eventi. “Oggi se tu, amico mio ad aver bisogno, ma sono certo che domani , se dovesse capitare a me, mi ascolterai con la stessa dedizione e attenzione”.
1/5/2008
antoniobellanca00it (04/05/2008 - 20:51)
Non molto distante da Milano c’è un borgo medioevale,
dove è possibile sperimentare la totale immersione virtuale
senza ricorrere a nessun strumento multimediale.
La gita fuoriporta, si è rivelata, dunque, necessaria per depurarsi non solo dalle tossine velenose di cui è intriso il nostro organismo ma anche per ricordare che tutto ciò che ruota nel mondo virtuale della rete è sì meraviglioso ma pur sempre finto per quanto esso si manifesti come trasparente.
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