Archivio Maggio 2009
Interpolazione
antoniobellanca00it (24/05/2009 - 11:44)

E’ risaputo che con le donne i filosofi in genere non ci sanno fare e se poi si ci mettono combinano disastri e pasticci.
(Franco Volpi, in Schopehauer, introduzione “l’arte di trattare le donne”, Adelphi, 2000, p.17).
Apro con quest’affermazione un po’ provocatoria del compianto critico Franco Volpi per sottoporre ad attenzione una questione che non so se definire paradossale o tragicomica.
Mi ricollego al personaggio di Bertrand Morane noto come sciupa femmine di “l’uomo che amava le donne”. Per chi ha visto quel film è innegabile che egli era un abile corteggiatore; abile con le parole veniva subito al dunque. L’amplesso decretava la fine della seduzione, non era data la possibilità di un seguito. E così, nella miglior tradizione della filosofia del Marchese de Sade, iniziava una nuova ricerca sempre e comunque con un comune denominatore: le gambe (che descrivono cerchi immaginari sul globo terrestre).
Il sesso, l’amplesso, non ama in effetti le grandi parole. Chi si perde in grandi elucubrazioni mentali benché inizialmente possa affascinare, poi causa noia. Dove sta il paradosso? Che chi vede una visione ideale dell’amore, romantico, difficilmente porterà a termine quella visione fantastica, proprio perché nel suo finire termina anche l’illusione del grande amore. La storia è piena di filosofi di grandi e belle parole ma che allo stato dei fatti concludevano ben poco. Uno fra tutti Heidegger con l’Arendt.
Ricapitolando: 2 tipi di uomini; uno del tutto e subito e l’altro del niente e del mai. Anche perché, diciamolo, a chi piace annegare tra le tante parole poi restando a bocca asciutta finisce che affoga nelle sue stesse parole. E fin qui niente di nuovo perché un po’ tutti(e) ci siete arrivati.
Ma la posizione della donna, in un contesto simile, qual è?
Il messaggio fornito da Truffaut, abile conoscitore della psiche umana, per tramite del personaggio di “Aurora”, è notevole! Lui ama consumare, subito e non ha alcuna remora a lasciare una donna per un’altra fintanto ché incontra Aurora. E’ una figura virtuale, esiste e non esiste. E’ una centralinista dalla bella voce del servizio sveglia. Bertrand è intrigato da questa donna, non riesce a strapparle un appuntamento ma lei sa tutto di lui: dove abita, le sue amicizie. L’ha avuto perfino accanto senza che lui, non conoscendola, se ne accorgesse.
Questa è una cosa fantastica!
L’abilità nota dei grandi filosofi (sfigati?!) di coinvolgere mentalmente le donne con i pensieri e le parole si incarna in un abile donna che, con la stessa arma, riesce ad intrigare un grande seduttore.
L’elucubrazione mentale di seduzione non è, dunque, una questione di genere è, semmai, una fine tecnica che fa letteralmente impazzire; è un’arte! Dove sta l’inganno, pertanto? Nella consapevolezza che un atteggiamento simile non potrà mai potrà mai concludersi con un amplesso per svariati motivi. Le aspettative maturate con i “paroloni” diventano tante e non riescono ad equiparare, per coinvolgimento ed intensità, l’atto sessuale.
E poi diciamolo!
Chi ha il “mezzo” per passare ai fatti non ha bisogno dei grandi paroloni. Mostrata questa dicotomia mi vorrei soffermare sulla seduzione come arte che, a questo punto, denominerei più volentieri e propriamente EROS!
Chi usa i paroloni per sedurre deve far i conti, però, con chi ha davanti. Se davanti ha una donna passionale quelle, ovvero, che amano la seduzione “vecchia maniera” è finita! Son dolori, tremendi. L’abile manipolatore rimane basito e di fronte ad un giocare ben più bravo (la donna è donna, eh..) non riesce a più reggere il gioco e dà forfait. Ma questa è un’altra storia.
Si parlava di Eros….
L’eros è il sale della vita, significa attrarre a sé, con tutti i mezzi, con le parole, sguardo, un modo di vita... Esige uno studio a priori mica da poco. La fatica profusa (penso) è maggiore di quella di un selvaggio amplesso. Materie celebrali in movimento, sotterfugi, bugie….maronna mia….
A parte gli scherzi, quest’arte può anche essere vista con i suoi risvolti positivi e fantastici. E’ innegabile che una visione romantica della vita fa vivere meglio. Tutto ciò che sembrava grigio assume colorazioni meravigliose (ammettiamolo, và…).
Ma allora chi sa cucinare belle parole in brodosi
pentoloni per una succosa minestra?
A mio avviso c’è chi sa fare l’uno e l’altro. Vedi il Vate che cucinava e mangiava (pardòn beveva..^_^ )…tranne quando, nelle rare volte (vedi la Tamara) e nella vecchiaia, restava a “bocca asciutta” non ricevendo più alcuna offerta di succosi calici. E poi…chi?
E adesso un passo di Simmel che non necessita di alcun commento e che chiarisce un po’ il tutto:
Nel matrimonio e nei liberi rapporti di tipo matrimoniale è molto forte la tentazione di fondersi completamente l’uno con l’altro durante i primi tempi, di far seguire le ultime riserve dell’anima a quelle del corpo a perdersi in una completa reciprocità […] ma ben presto ci si ritrova l’uno di fronte l’altro a mani vuote che la prodigalità dionisiaca lascia dietro di sé […] l’altro non deve regalarci un dono da accettare ma anche la possibilità di fargli dei doni, con speranze e idealizzazioni, con bellezze nascoste e attrattive di cui lui stesso è consapevole […] non si tratta di illudersi o ingannarsi per ottimismo o per amore ma semplicemente del fatto che anche alcune delle persone che ci stanno vicine, per mantenere elevata per noi la loro attrattiva devono esserci offerte sotto forma di indistinzione o di mancanza di chiarezza.
E’ la dicotomia tra totale dedizione e profonda dedizione. La totale dedizione significa trasparenza e, come tale, perde valore nel tempo.
Il segreto possiede una tensione che si
dissolve al momento della rivelazione.
Ma le questioni affrontate, per terminare questa lunga elucubrazione, non determinano una giusta conclusione. Non esiste, dunque? Legami, più o meno forti, moralità, perbenismo…sesso ad oltranza o mistero della seduzione allo stremo? E’ difficile fornire una risposta obiettiva, posso però servirmi dell’aiuto del grande Truffaut per spiegare quella che dovrebbe essere la metafora del presente post.
Bertrand ha la necessità di confrontarsi con l’altro sesso da un punto di vista prettamente emotivo. Gli viene in aiuto una donna, ben più grande di età, che con la sua sapienza mostra che i due mondi “ del tutto e subito” e del romanticismo posso convivere se condotti con consapevolezza. Ma poiché lui è un irriducibile e vorrebbe portarla a letto, lei sottolinea l’ulteriore lezione di vita negandosi all’invito per mantenere una duratura amicizia.
James & Franz
antoniobellanca00it (15/05/2009 - 21:25)

E’ forse necessario rivolgersi ad un maestro,
lasciarsi sedurre e affidarsi,
immergendosi profondamente nelle maglie della sua lezione
(P. Mottana)
James e Franz, sembra quasi una parodia del celebre film di Truffaut solo che qui i due amici non si conoscono (almeno personalmente) e non c’è una donna da contendere; ci sono io con il mio passato e i miei sentimenti interiori. Inizio a raccontare, chiedendo perdono per l’eccessivo dettaglio al limite delle prolissità, ma assolutamente necessario per rendere merito a due persone che inconsapevolmente mi han permesso di scendere nel baratro senza farmi del male.
Ripercorro ricordi di una grande aula gremita da centinaia di studenti apparentemente interessati alla lezione; l’argomento non è di facile impatto: Hillman e Jung. Mi rendo conto di rimanere, comunque, affascinato dal modo con cui il docente porta avanti la lezione: capirò con il tempo che quel modo lento e baritonale di parlare e di seguire fantasmagoriche figure nell’aria è una delle caratteristiche del “fare anima” . Impregnato dal giudizio affrettato deduco che i miei giovani colleghi sono interessati più alla figura dell’oratore: barba incolta, capelli lunghi, abbigliamento stile anni ’70. E sì, sicuramente sarà così! Della lezione nulla importa: “è proprio un bell’uomo” echeggia nell’aula da stormi di giovanissime donne.
Fastidio, a livello di pelle, incapacità di capire il perché di questa strana sensazione attribuita per lo più al contenuto trasmesso: sono favole per adulti mai cresciuti, sentenzio. È facile parlare di Puer aeternus e di Daimon; fare anima. Come si fa a fare anima? La magra consolazione di attribuire un valore positivo alla depressione non mi convince come mi risulta totalmente poco accordata la nota di ricercare nella propria angosciosa discesa esistenziale un motivo per andare alla ricerca del sé: il depresso non ha né orecchie ne occhi, non servirebbero a nulla: è tutto buio. E poi, è facile dire ad un anziano che languidamente pensa, con gli occhi intrisi di “amara nostalgia”, di sforzarsi a guardare avanti, che il corpo muta aspetto ma non la sostanza in un tempo che non ci sarà più. Depressione. Nel corso della mia apatica esistenza ho avuto modo di scontrarmi spesso con questa feroce bestia: niente e nessuno ti può capire; la più alta presunzione che il male sia solo il tuo e di nessun altro fa scattare un perverso meccanismo di rigetto, violentemente manifestato a volte anche nei confronti delle persone più care.
Le lezioni, regolarmente seguite per puro fine di portare a termine l’esame, hanno termine; percezione di angoscia, quella del distacco e della perdita. Ritengo sia dovuta ai bei momenti passati in aula e allo spirito goliardico con i più giovani ragazzi; si cambia pagina, altra materia, altro esame: perpetuo il mio inganno e mi auto convinco che deve essere, per forza, così. Ma le parole sono lì, mi attendono al varco di un libro sottolineato di un acceso arancione, violentato da mille righe di una spessa grafite. L’esame, si sa è sempre antipatico, e si vuole terminare le centinaia di pagine al più presto di quello, che poi, è uno dei cinque libri da studiare. Odio per la materia, per il professore, per il libro che riceve le più atroci violenze tracciate da gesti maniacali per note a margine, ma compulsivi e confusi. La lettura dei testi scorre fluidamente e mi rendo conto che la mancata difficoltà, per quella che è il primo passo di un percorso universitario, risulta facile ed immeditata: i concetti sono già assimilati, l’esame coronato felicemente da una sorta di inquisizione protratta nel tempo. “Lei ha sostenuto un esame con l’anima;lei ha fatto anima” dirà il docente segnando il massimo dei voti.
Scetticismo allo stato puro, per delle parole che ormai rimangono impresse indelebilmente nella mia vita, dall’assoluta inutilità pratica sino quel momento, adatte solo a fare colpo sull’ingenuità altrui anche come subdola arma seduttiva del concetto, impropriamente adattato, dell’ “Elaborazione erotica del pensiero” di Hillman.
James avrebbe dovuto portarmi a riflettere sulla mancanza di fondamento della depressione spesso attribuita ad una deficienza nei confronti di qualcosa o di qualcuno mentre la stessa visione, in forma speculare, può essere intesa come una fortuna per non essere incappato (grazie proprio alla guida del proprio daimon) nei mille pericoli che il destino elargisce, in maniera assolutamente imprevedibile, nella nostra vita. E’ il tipico consiglio da manualetto di pronta consultazione dal titolo “come vivere meglio in sole ventiquattro ore”.
Io ti prenderò per i collo, ti metterò la testa sotto;
voglio che tu veda la terra che calpesti,
voglio che tu senta che sto parlando anche di te,
perché un padre lo hai avuto anche tu
(F. Krauspenhaar: Era mio padre, Fazi ed. 2008, p.38)
Sino ad allora non avevo alcuna difficoltà a guardare le ingiallite fotografie di famiglia, né dei felici e spensierati ricordi dei momenti passati insieme; forse le fotografie non l’ho neanche mai viste con la dovuta obiettività: la realtà era presente ed estesa, nel mio illusorio pensiero, all’infinito. Non ho mai chiesto scusa e ritardavo quell’abbraccio, un solo abbraccio, proprio perché nella mente alienata dal tempo e dallo spazio, non sarebbe mancata l’occasione. E’ stato improvviso e dolorosissimo; da quel momento in avanti non ci sarebbe stata alcuna possibilità di riscatto e le grida e i pianti sarebbero state, ormai, inascoltate. La depressione ti aspetta pazientemente al varco e allo stesso tempo, paradossalmente, allontana chi ti sta vicino, proprio nel delicato momento in cui desidereresti più affetto e comprensione. Non accetti gratuite frasi scontate da filosofia spicciola: “E’ la vita”! L’indole tranquilla viene spodestata da un atroce sentimento di ira e violenza inaspettata, nei confronti di chi non riesce a comprendere il tuo disagio.
Parole non dette, abbracci ritardati e spesso mai dati, fanno parte di un conflitto generazionale che rientra nella normalità (lo capirò più tardi) e l’ingenue frasi delle consuete e fastidiose catene epistolari telematiche che esortano a non rimandare a domani ciò che potresti fare oggi, nei confronti del prossimo e di chi sta vicino, ha un proprio fondamento. E’ una ruota che gira: padre genericamente inteso è un concetto; ”mio padre”, un altro! La parola “mio padre” contiene in sé un bagaglio emozionale che non sempre (quasi mai) si interfaccia con quello degli altri. Ho fatto fatica a capirlo, l’ho compreso, da solo in meditativa lettura di un’esperienza quasi analoga di un personaggio che, per mia fortuna, vive una propria visione romantica della vita mediante i ricordi di persone e cose importanti del proprio vissuto.
Il carattere di nostro padre continua a dispiegarsi
e noi continuiamo ad imparare ancora cose su di lui.
Guardate da vicino le immagini rivelano sempre nuove cose
correggendo il necrologio, sfumando le impressioni,
insegnando ancora qualcosa
(J.Hillman la forza del carattere, Adelphi, 2000, p.221)
Le foto, adesso, riesco a vederle con le adeguate lenti anamorfiche sempre le stesse ma ogni volta diverse per quanti messaggi riescono a veicolare, da un’espressione del viso, da un contesto fotografico distrattamente mai visto. Non sono più chiuse in un cassetto: lo scrigno è aperto e condiviso in un mondo dalle mille facce virtuali e dai sentimenti concreti. Non li conosco ma li sento, vicino.
Discendo e rinasco.
Necessità secondo libertà
antoniobellanca00it (06/05/2009 - 22:33)

Discendere: rinascere secondo Hillman
"Josephine Baker irruppe al teatro degli Champs Elysee nell’ottobre del 1925 completamente nuda a parte qualche piuma di struzzo. I movimenti “della sua danza indiavolata provocarono l’erezione di tutti i francesi”
(James Hillman, “il codice dell’anima”, Adelphi, 2003, p.83)
Sesso e filosofia, che connubio! Hillman ne dà un’interpretazione al fine di trovare un senso in quello che potrebbe essere vista come una caduta ma invece è una ri-salita.
Vediamo come:
Josephine Baker, prima ancora di entrare in scena, aveva la necessita di fare del sesso con chiunque le capitasse sotto tiro; una forma di demonizzazione al fine della buona riuscita dello spettacolo. E questo tipo di attività, del tutto naturale e necessaria, era ben vista da tutti. La Baker aveva un dono naturale: oltre che brava ballerina possedeva un gran bel posteriore. Certo, caro lettore, dirai che la Baker strumentalizzava il suo corpo, come se proposto ad una vendita. E non mi sento di darti torto, però considera che la ballerina sentiva questa necessità per affrontare un qualcos’altro. Se togli l’aspetto morale della cosa e della non costrizione da parte di terzi, rimane la scelta dettata dalla libertà e su questo non vedo nulla di male. Ho conosciuto donne (ma anche uomini) che per affrontare la vita avevano bisogno di questo tipo di attaccamento alla terra, benché carnale, e di unificazione con l’altro. Resti ben chiaro, e non perché mi voglia dissociare da un simile atteggiamento, che la mia è una tesi di cui ognuno può servirsene secondo necessità. Secondo il filosofo Hillman l’atteggiamento della Baker è un “discendere” simile al mito della caverna platonico. Discendere, in tal senso, presuppone una inversione di rotta del nostro modo consuetudinario di vedere le cose anche al netto di (falsi) moralismi. Non è una vera e propria discesa ma un discendere intesa come ri-nascita. Analogamente c’è chi “discende” (per ri-nascere) per necessità addentrandosi volontariamente nella depressione, malinconia, nello struggimento interiore se consapevole e certo che si tratti di uno strumento, esulando, dunque, da qualsiasi forma patologica. E’ un esercizio che presuppone un grande sforzo per raggiungere la consapevolezza che si tratti di un bisogno dettato da libertà.
Ma l’apparente discesa della Baker non si ferma solo con il desiderio perenne di essere innamorata e del sesso vitale per recitare. Continuerà il suo discendere anche in altre occasioni, durante la II guerra mondiale e nella lotta dei diritti civili riducendosi, negli anni a venire, ad uno stato estremo di povertà. L’ultimo spettacolo lo porterà avanti con fatica, qualche giorno prima della morte, e benché della bellezza della Baker dei primi anni rimarrà ben poco riceverà, comunque, grande ovazione.
Pertanto discesa-ascesa fanno parte della vita e lo scendere apparentemente negli inferi più profondi non significa necessariamente uno stato patologico: può essere una scelta dettata da esigenza e libertà. Come dice Hillman: “l’importante non è il cadere, ma il come si cade.”
[ripropost: giù pubblicato su Aiutati, alle ore 18.13 del 20/07/2007; il post rappresenta la chiave di lettura di BARATRO]




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