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Archivio Maggio 2009

James & Franz

antoniobellanca00it (15/05/2009 - 21:25)


 
E’ forse necessario rivolgersi ad un maestro,
lasciarsi sedurre e affidarsi,
immergendosi profondamente nelle maglie della sua lezione
(P. Mottana)
 
James e Franz, sembra quasi una parodia del celebre film di Truffaut solo che qui i due amici non si conoscono (almeno personalmente) e non c’è una donna da contendere; ci sono io con il mio passato e i miei sentimenti interiori. Inizio a raccontare, chiedendo perdono per l’eccessivo dettaglio al limite delle prolissità, ma assolutamente necessario per rendere merito a due persone che inconsapevolmente mi han permesso di scendere nel baratro senza farmi del male.
 
Ripercorro ricordi di una grande aula  gremita da centinaia di studenti apparentemente interessati alla lezione; l’argomento non è di facile impatto: Hillman e Jung. Mi rendo conto di rimanere, comunque, affascinato dal modo con cui il docente porta avanti la lezione: capirò con il tempo che quel modo lento e baritonale di parlare e di seguire fantasmagoriche figure nell’aria è una delle caratteristiche del “fare anima” . Impregnato dal giudizio affrettato deduco che i miei giovani colleghi sono interessati più alla figura dell’oratore: barba  incolta, capelli lunghi, abbigliamento stile anni ’70. E sì, sicuramente sarà così! Della lezione nulla importa: “è proprio un bell’uomo” echeggia nell’aula da stormi di giovanissime donne.
 
Fastidio, a livello di pelle, incapacità di capire il perché di questa strana sensazione attribuita per lo più al contenuto trasmesso: sono favole per adulti mai cresciuti, sentenzio. È facile parlare di Puer aeternus e di Daimon;  fare anima. Come si fa a fare anima? La magra consolazione di attribuire un valore positivo alla depressione  non mi convince come mi risulta totalmente poco accordata la nota di ricercare nella propria angosciosa discesa esistenziale un motivo per andare alla ricerca del sé: il depresso non ha né orecchie ne occhi, non servirebbero a nulla: è tutto buio. E poi, è facile dire ad un anziano che languidamente pensa, con gli occhi intrisi di “amara nostalgia”, di sforzarsi a guardare avanti, che il corpo muta aspetto ma non la sostanza in un tempo che non ci sarà più. Depressione.  Nel corso della mia apatica esistenza ho avuto modo di scontrarmi spesso con questa feroce bestia: niente e nessuno ti può capire; la più alta presunzione che il male sia solo il tuo e di nessun altro fa scattare un perverso meccanismo di rigetto, violentemente manifestato a volte anche nei confronti delle persone più care.
 
Le lezioni, regolarmente seguite per puro fine di portare a termine l’esame, hanno termine; percezione di angoscia, quella del distacco e della perdita. Ritengo sia dovuta ai bei momenti passati in aula e allo spirito goliardico con i più giovani ragazzi; si cambia pagina, altra materia, altro esame: perpetuo il mio inganno e mi auto convinco che deve essere, per forza, così. Ma le parole sono lì, mi attendono al varco di un libro sottolineato di un acceso arancione, violentato da mille righe di una spessa grafite. L’esame, si sa è sempre antipatico, e si vuole terminare le centinaia di pagine al più presto di quello, che poi, è uno dei cinque libri da studiare. Odio per la materia, per il professore, per il libro che riceve le più atroci violenze tracciate da gesti maniacali per note a margine, ma compulsivi e confusi. La lettura dei testi scorre fluidamente e mi rendo conto che la mancata difficoltà, per quella che è il primo passo di un percorso universitario, risulta facile ed immeditata: i concetti sono già assimilati, l’esame coronato felicemente da una sorta di inquisizione protratta nel tempo. “Lei ha sostenuto un esame con l’anima;lei ha fatto anima” dirà il docente segnando il massimo dei voti.
 
Scetticismo allo stato puro, per delle parole che ormai rimangono impresse indelebilmente nella mia vita, dall’assoluta inutilità pratica sino quel momento, adatte solo a fare colpo sull’ingenuità altrui anche come subdola arma seduttiva del concetto, impropriamente adattato, dell’ “Elaborazione erotica del pensiero” di Hillman.
 
James avrebbe dovuto portarmi a riflettere sulla mancanza di fondamento della depressione spesso attribuita ad una deficienza nei confronti di qualcosa o di qualcuno mentre la stessa visione, in forma speculare, può essere intesa come una fortuna per non essere incappato (grazie proprio alla guida del proprio daimon) nei mille pericoli che il destino elargisce, in maniera assolutamente imprevedibile, nella nostra vita. E’ il tipico consiglio da manualetto di pronta consultazione dal titolo “come vivere meglio in sole ventiquattro ore”.
 
Io ti prenderò per i collo, ti metterò la testa sotto;
voglio che tu veda la terra che calpesti,
voglio che tu senta che sto parlando anche di te,
perché un padre lo hai avuto anche tu
(F. Krauspenhaar: Era mio padre, Fazi ed. 2008, p.38)
 
Sino ad allora non avevo alcuna difficoltà a guardare le ingiallite fotografie di famiglia, né dei felici e spensierati ricordi dei momenti passati insieme; forse le fotografie non l’ho neanche mai viste con la dovuta obiettività: la realtà era presente ed estesa, nel mio illusorio pensiero, all’infinito. Non ho mai chiesto scusa e ritardavo quell’abbraccio, un solo abbraccio, proprio perché nella mente alienata dal tempo e dallo spazio, non sarebbe mancata l’occasione. E’ stato improvviso e dolorosissimo; da quel momento in avanti non ci sarebbe stata alcuna possibilità di riscatto e le grida e i pianti sarebbero state, ormai, inascoltate. La depressione ti aspetta pazientemente al varco e allo stesso tempo, paradossalmente, allontana chi ti sta vicino, proprio nel delicato momento in cui desidereresti più affetto e comprensione. Non accetti gratuite frasi scontate da filosofia spicciola: “E’ la vita”! L’indole tranquilla viene spodestata da un atroce sentimento di ira e violenza inaspettata, nei confronti di chi non riesce a comprendere il tuo disagio.
 
Parole non dette, abbracci ritardati e spesso mai dati, fanno parte di un conflitto generazionale che rientra nella normalità (lo capirò più tardi) e l’ingenue frasi delle consuete e fastidiose catene epistolari telematiche che esortano a non rimandare a domani ciò che potresti fare oggi, nei confronti del prossimo e di chi sta vicino, ha un proprio  fondamento. E’ una ruota che gira: padre genericamente inteso è un concetto; ”mio padre”, un altro! La parola “mio padre” contiene in sé un bagaglio emozionale che non sempre (quasi mai) si interfaccia con quello degli altri. Ho fatto fatica a capirlo, l’ho compreso, da solo in meditativa lettura di un’esperienza quasi analoga di un personaggio che, per mia fortuna, vive una propria visione romantica della vita mediante i ricordi di persone e cose importanti del proprio vissuto.
 
Il carattere di nostro padre continua a dispiegarsi
e noi continuiamo ad imparare ancora cose su di lui.
Guardate da vicino le immagini rivelano sempre nuove cose
correggendo il necrologio, sfumando le impressioni,
insegnando ancora qualcosa
(J.Hillman la forza del carattere, Adelphi, 2000, p.221)
 
Le foto, adesso, riesco a vederle con le adeguate lenti anamorfiche sempre le stesse ma ogni volta diverse per quanti messaggi riescono a veicolare, da un’espressione del viso, da un contesto fotografico distrattamente mai visto. Non sono più chiuse in un cassetto: lo scrigno è aperto e condiviso in un mondo dalle mille facce virtuali e dai sentimenti concreti. Non li conosco ma li sento, vicino.
Discendo e rinasco.
 
 
 
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