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Modern Times

antoniobellanca00it (04/10/2009 - 16:25)


#2: TEMPI MODERNI: il secondo film sotto la lente è il noto “Tempi moderni”; apre la scena: "una storia i cui personaggi sono l'industria, l'iniziativa indivuduale, l'umanità e la conquista dell'umanità". A chi l'ha visto, ponendo la domanda durante la primissima parte del film, "qual'è il tuo parere", la risposta è stata: "angosciante!". In effetti l'impronta iniziale è quella di evidenziare la condizione alienata dell'uomo sopraffatto dalle macchine, dal tempo mai sufficiente per sé stesso, l'ingiustizia. Il lato pedagogico del film si sviluppa nella fase centrale e finale. La condizione lavorativa, ma anche la società, ché è e resterà "sempre moderna" è qualcosa che l'uomo non potrà debellare, piuttosto il contrario. Egli sarà sempre e comunque sommerso dal "grigiore" della SUA vita moderna (parafrasando il Calindri). Ecco dove è rintracciabile maggiormente l'aspetto del marxismo. Nel materialismo storico. La condizione alienata dell’uomo è figlia di ogni momento della storia, quale esso sia. Le nuove generazioni forse non conosceranno l'oppressione e la fatica a cui erano soggetti gli operari degli anni 60-70 (descritta abilmente dal Petri con "la classe operaia va in paradiso" ma sicuramente sono a contatto con una realtà analogamente alienante per quanto sostanzialmente diverso il momento lavorativo e la sua condizione. Sorvolando l'approfondimento che meriterebbe altro spazio e contesti  di respiro politico-sindacale, qui invece, si tratta di trovare l'insegnamento e la morale di Tempi moderni. In ogni tempo, caratterizzato da una condizione lavorativa a matrice comune, esiste però un'ancora di salvezza. Il sogno e la speranza, evanescenti ed apparenti magre consolazioni, se nel raccontarli sono un modo per alleviare la fatica dell'uomo "costretto" a lavorare, trovano realizzazione del nei desideri assolutamente raggiungibili. Una famiglia, un figlio, delle passioni condivise ed ancora dei riti non gerarchici bensì come segno da tramandare (che esso sia un film da vedere insieme il fine settimana oppure il gioco di società o altro) è uno dei modi per dare un senso all’esistenza, un semplice e scontato propulsore che permette di avanzare in quella strada percorsa da Chaplin e da Paulette Goddard (la ladra del porto) verso  quella strada che, per quanto ci si auguri che sia interminabile, porterà inevitabilmente verso l'orizzonte con consapevolezza di una vita vissuta alla massima espressione.
 
Antonello Bellanca
 
[postato in “la settima arte”: film come scuola di vita]
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Naturalmente cattivo

antoniobellanca00it (23/08/2009 - 15:53)


Sono Cattivo,
non me ne vanto, ma lo riconosco

 

Versione stampabile
 
La cattiveria insita nell’uomo
(di Antonello Bellanca)
 
 
 
Ancora una riflessione sulla cattiveria, naturale condizione umana a cui l’uomo tende e semmai si sforza per attenuarne gli effetti.
L’uomo buono non esiste, esiste l’uomo che ha saputo dosare la giusta quantità di cattiveria ed ipocrisia”. Così esordiva il mio post inserito il 7/10/2008 su “Praxis on Blog”. E’difficile pensare un modo di soggetti potenzialmente cattivi  e comunque “repressi” da cultura, religione, buon senso ed educazione e, confesso, di aver incontrato numerose resistenze e confutazioni di fronte a questa mia osservazione.
La cattiveria è un atteggiamento ad ampio spettro, con tante facce che si presentano ai nostri occhi inaspettatamente in diverse situazioni. Figlio della cattiveria è la menzogna, l’inganno.
 
Il moralista che non ammette la propria tendenza ad ingannare gli altri si inganna due volte: il suo IO ha imparato a così bene il gioco da riuscire a raggirare completamente perfino sé stesso e quindi ha via libera per fare altrettanto nei confronti del mondo […] la gente buona che non ammette le proprie tendenze malvagie può essere ancor più malvagia della gente cattiva che riconosce le proprie mancanze (R. May)
 
Le parole di Rollo May risultano confortanti non per legittimare un comportamento, sia chiaro, ma per comprendere la complessa psicologia umana e di come possa sconfinare, facilmente, nell’ipocrisia. E a proposito di “comportamenti legittimati” è opportuno che mi soffermi sul modo di fare dell’uomo, inteso come pretesto, per poter mettere in atto una condotta secondo costrizione, discolpandolo per un modo di fare indegno ma che non gli risulta assolutamente difficile fare, tutt’altro:
 
Il sadico fa del male a chi ama non per collera ma per esprimergli amore; molti sopravvissuti alla crudeltà nazista dissero che l’espressione del viso dei loro torturatori rifletteva una richiesta di amore e comprensione; era come se questi sadici fossero essi stessi torturati e cercassero di liberarsi dal loro tormento dando sofferenza agli altri.  
(A. Lowen)
 
Quando lessi l’affermazione di Lowen non riuscivo a trovare un senso, ancorché da contestualizzare nel suo testo sull’amore come cuore della vita. Come può un sadico esprimere amore facendo del male? Ne ho tratto una conclusione, discutibilissima per carità, che però mi ha permesso di riflettere sulla dicotomia amore-odio e del rispettivo rapporto con l’essere umano. L’uomo (che nasce cattivo, ripeto) ha comunque una forte impulso ad amare che spesso viene represso sovraccaricando l’istinto in sadismo. In altre parole si opera del male per liberarsi del male che abbiamo dentro, come se si volesse dire: “sono costretto, è la mia natura…” . E questo giustificherebbe il comportamento di colui che ama senza essere corrisposto che reprimendo la sua volontà esplode con tutta la sua rabbia, talvolta con esiti tragici purtroppo. In tal contesto la cattiveria funziona alla stessa stregua di un potente propellente. E data la facilità con cui si riesce ad innescare la miccia ne deduco che la cattiveria è insita e naturale nell’uomo.
 
La cattiveria, dicevo, come propellente indistintamente presente in ognuno di noi. Siamo, pertanto, tutti uguali? Dico, semmai, che abbiamo un comune denominatore, forse diverso per intensità. Siamo unici e irripetibili, è vero, ma l’impressione di avere sentimenti, tendenze e comportamenti uguali è forte:
 
Non ho vergogna di avere tali impressioni, perché ho capito che tutti noi abbiamo impressioni simili. Il disprezzo che sembra esistere tra uomo e uomo, l’indifferenza che permette che si uccidano persone senza capire che si uccide, come fra gli assassini o senza pensare che si sta uccidendo, come fra i soldati, sono dovuti al fatto che nessuno presta la dovuta attenzione alla circostanza, che sembra astrusa, che anche gli altri sono anime (F. Pessoa).
 
Talvolta può succedere che la cattiveria esploda non per il desiderio del troppo bene bensì perché imposto da altri soggetti, Anche in questo caso la cattiveria, legittimata da un ordine di un superiore ad esempio, non fatica ad esprimersi in tutta la sua preponderanza. La componente morale e i sensi di colpa assumono un valore pressoché nullo poiché il comportamento “cattivo” viene giustificato in funzione del bene collettivo o di quello che viene imposto come bene della collettività. E’ il caso delle guerre, dei fanatismi, dove la soggettività viene meno perché si agisce in funzione di un fine (presunto superiore):
 
L’esempio più evidente di tale fenomeno è il nazionalsocialismo, ma il fanatismo e la collettivizzazione produce effetti analoghi. La figura del leader è assimilata alla figura del redentore e ciò che lui insegna è imposto come dottrina salvifica […] in tal modo la personalità si annulla (E. Neumanann).
 
Come essere umano, concludo, mi viene veramente difficile sostenere di non essere cattivo. La cattiveria è lì, pronta ad uscire dopo essere stata repressa nell’accezione migliore del termine, poiché risulta indispensabile controllare le manifestazioni di malignità e perversità. Non mi dichiaro buono ma adeguatamente addottrinato per un uso consapevole della bontà. Ogni azione buona nasconde un’intenzione a livello pratico ma anche morale; praticamente controllo la cattiveria moralmente, invece, potrei aspettarmi della gratificazione aprendo così le porte ad un altro aspetto della malvagità: l’agire per un fine strettamente personale. Ma questo è un altro discorso….
 
 
Antonello Bellanca 23/08/2009
 
 
Riferimenti:
-         A. Bellanca: Pessimismo od obiettività?, 2008, Praxis on blog (http://antoniobellanca00it.blog.dada.net/post/1207018181/Pessimismo+od+obiettivit%C3%A0%3F#more)
-         A.Lowen: amore, sesso e cuore, 1989, Astrolabio
-         R. May: l’arte del counseling, 1991, Astrolabio
-         E. Neumann: Psicologia del profondo e nuova etica, 2005, Moretti & Vitali
-         F. Pessoa: il libro dell’Inquietudine, 2008, Feltrinelli
 
 

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Necessità secondo libertà

antoniobellanca00it (06/05/2009 - 22:33)


           Discendere: rinascere secondo Hillman

 
 
"Josephine Baker irruppe al teatro degli Champs Elysee nell’ottobre del 1925 completamente nuda a parte qualche piuma di struzzo. I movimenti della sua danza indiavolata provocarono l’erezione di tutti i francesi”
(James Hillman, “il codice dell’anima”, Adelphi, 2003, p.83)
 
 
Sesso e filosofia, che connubio!  Hillman ne dà un’interpretazione al fine di trovare un senso in quello che potrebbe essere vista come una caduta ma invece è una ri-salita.
 
Vediamo come:
 
  Josephine Baker, prima ancora di entrare in scena, aveva la necessita di fare del sesso con chiunque le capitasse sotto tiro; una forma di demonizzazione al fine della buona riuscita dello spettacolo. E questo tipo di attività, del tutto naturale e necessaria, era ben vista da tutti. La Baker aveva un dono naturale: oltre che brava ballerina possedeva un gran bel posteriore. Certo, caro lettore, dirai che la Baker strumentalizzava il suo corpo, come se proposto ad una vendita. E non mi sento di darti torto, però considera che la ballerina sentiva questa necessità per affrontare un qualcos’altro. Se togli l’aspetto morale della cosa e della non costrizione da parte di terzi, rimane la scelta dettata dalla libertà e su questo non vedo nulla di male. Ho conosciuto donne (ma anche uomini) che per affrontare la vita avevano bisogno di questo tipo di attaccamento alla terra, benché carnale, e di unificazione con l’altro. Resti ben chiaro, e non perché mi voglia dissociare da un simile atteggiamento, che la mia è una tesi di cui ognuno può servirsene secondo necessità. Secondo il filosofo Hillman l’atteggiamento della Baker è un “discendere” simile al mito della caverna platonico. Discendere, in tal senso, presuppone una inversione di rotta del nostro modo consuetudinario di vedere le cose anche al netto di (falsi) moralismi. Non è una vera e propria discesa ma un discendere intesa come ri-nascita. Analogamente c’è chi “discende” (per ri-nascere) per necessità addentrandosi volontariamente nella depressione, malinconia, nello struggimento interiore se consapevole e certo che si tratti di uno strumento, esulando, dunque, da qualsiasi forma patologica. E’ un esercizio che presuppone un grande sforzo per raggiungere la consapevolezza che si tratti di un bisogno dettato da libertà.
 
Ma l’apparente discesa della Baker non si ferma solo con il desiderio perenne di essere innamorata e del sesso vitale per recitare. Continuerà il suo discendere  anche in altre occasioni, durante la II guerra mondiale e nella lotta dei diritti civili riducendosi, negli anni a venire, ad uno stato estremo di povertà. L’ultimo spettacolo lo porterà avanti con fatica, qualche giorno prima della morte, e benché della bellezza della Baker dei primi anni rimarrà ben poco riceverà, comunque, grande ovazione.
 
Pertanto discesa-ascesa fanno parte della vita e lo scendere apparentemente negli inferi più profondi non significa necessariamente uno stato patologico: può essere una scelta dettata da esigenza e libertà. Come dice Hillman: “l’importante non è il cadere, ma il come si cade.”
[ripropost: giù pubblicato su Aiutati, alle ore 18.13 del 20/07/2007; il post rappresenta la chiave di lettura di BARATRO]
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Avere per essere

antoniobellanca00it (29/03/2009 - 23:34)

 
Sopraffatto dalle cose
desiderio di fuga,
abbandonarle non posso
trasformerei la mia presenza in assenza.
amaramente consapevole di me si vedono solo le cose.
Ed allora mi addobbo, ancor di più,  ed ho paura:
appesantito dalle tante cose, divento una cosa, come tante, come tanti.
(Antonello)
 
 
Caro Sandro, rileggo spesso quanto mi hai scritto sul “condizionamento dell’ambiente”. L’apparente concetto di libertà si manifesta in tutta la sua crudeltà; non siamo liberi, non siamo liberi di pensare ma soprattutto di essere. Anche a voler determinare un’ esistenza secondo propria libertà ci sarà sempre la subdola imposizione di plasmarsi secondo una pubblica decenza, falsa moralità, pregiudizi. L’occhio inquisitore del mio simile, che si sofferma al fenomeno dell’apparenza, benché ancora impossibilitato ad addentrarsi nel mio mondo interiore perché magari ancora non mi conosce, giudica e giudicherà sempre il fenomeno, ciò che appare! E nella speranza di accogliere il mondo circostante dentro le porte della mia casa secondo l’imperativo del sospendere qualsiasi interpretazione, offro (anche inconsapevolmente) un biglietto da visita, ben confezionato.   Metaforicamente è quanto è successo durante il nostro incontro, qui nelle mie mura domestiche: abbiamo aperto le “ulteriori” porte dell’interiorità senza alcun confronto materiale. In quei bellissimi momenti trascorsi insieme la sensazione era di trasparenza, non nella terribile accezione della cruda esistenza secondo cui non si è visti, ma di “limpidezza”. Ci siamo guardati nell’anima.
 
Mi soffermo, ancora, su quanto scrivi:
Nei bambini e negli adolescenti questo disagio (l’essere considerati inferiori se non si possiede…) è ulteriormente amplificato dalla mode e dall’essere trend […] e si sa che tra i bambini o ragazzi, l’essere superiore, il migliore diventa una regola della casta e chi non ne fa parte rimane emarginato nella sua esistenza mediocre: mediocre rispetto a chi?
 
L’adulto ha la possibilità di insegnare ma rimane comunque sopraffatto dall’imposizione delle mode e, frustrato, non può trasmettere alcun segnale, anche perché non deve. Potrebbe crescere un emarginato. Chi ha imposto le mode sa dove colpire, su coloro che non hanno ancora sviluppato la necessaria capacità critica e che, comunque, giustamente, devono percorrere una propria strada per accrescere il proprio sé: i giovani.
 
Leggi cosa scrive, a proposito dell’esistenza degli altri, in “essere e il nulla”. Satre:
Sia per l’idealista che per il realista si impone un’unica soluzione: per il fatto che altri ci è rivelato in un mondo spaziale, ciò che ci separa da altri è uno spazio reale o ideale. Quest’affermazione comporta una grave conseguenza: se infatti il mio rapporto con gli altri deve essere del tipo dell’esteriorità d’indifferenza, non posso essere colpito nel mio essere dal sorgere o dallo scomparire di altri, più di quanto un in-sé non lo è nell’apparizione o dalla scomparsa di un altro sé.
 
Quanto scrive Satre deve farci riflettere, caro Sandro. Noi esistiamo nel confronto con gli altri, tra noi e loro c’è uno spazio (tieni a bada la distinzione e la possibilità tra reale e ideale). Se viene meno l’esteriorità dovrebbe venir meno anche l’essere dell’altro. E invece no, l’esteriorità è solo una copertura, come un vestito più o meno bello, ma sempre qualcosa che protegge e abbellisce. L’essenza della persona, l’in-sé è sempre e comunque data o almeno così dovrebbe essere.
 
Il tuo amico, Antonello
 
 

 

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La presunzione di autosufficienza

antoniobellanca00it (15/02/2009 - 23:29)

 
Chi è l’artefice della leggi della natura e del mondo? Se vogliamo tralasciare il divino o perché troppo scontato o perché non credenti ad un ente o essere superiore, rimane a sottoporre ad interrogativo su chi, invece, NON E’ l’artefice. Non c’è dubbio: l’uomo. L’uomo di fronte a questo grande mistero, che è il mondo, rimane per molti secoli assoggettato, indifeso, inerme di fronte all’immensità e al mistero della natura. Ad un certo punto scopre, però, di sapere e di potere fare qualcosa…scopre che le sue idee meccanicistiche possono intervenire sulla natura e pertanto crede di poterla dominare. In una sorta di delirio di onnipotenza ritiene di poter diventare autosufficiente e, contemporaneamente, sperimenta tutte quelle forze liberatorie che per secoli sono state oppresse. L’uomo l’oppressione l’ha sperimentata nei secoli proprio perché pur essendo titolare di libero arbitrio spesso non riusciva e non poteva fare quello che la propria mente desiderava. Oggi non esiste alcun vincolo affinchè egli si dedichi alla dominazione delle leggi di natura. Quale il risultato? Che l’autosufficienza è una presunzione e che non è possibile dominarla, così come la natura che, oltretutto,  gli si rivolta contro, chiedendo tutti gli interessi di un periodo relativamente breve (quale la modernità) durante il quale l’uomo ha chiesto in prestito, credendo di evadere o di restituire il maltolto con altra moneta. Niente di più sbagliato!
 
Virtualmente vostro Antonello

Ciò che si vede è?

antoniobellanca00it (08/02/2009 - 15:36)


La natura profonda
delle cose
ama nascondersi

(Eraclito)

Asintoticamente felice, all'infinito!

antoniobellanca00it (25/01/2009 - 21:46)

L’illusione di perseguire il piacere è

direttamente proporzionale

con quanto la natura è stata clemente nell’uomo

(Antonello)


Tristezza e depressione, ritengo, nascono dal rapporto fra quanto si desidera e da quanto si riesce ad ottenere. Sono due gli elementi da tenere in considerazione: quanto è facile ottenere e quanto desideriamo. Supponiamo che per noi la felicità è quella di amare più donne possibili. Tanto più siamo dotati di bellezza, carisma e più in alto nella posizione sociale ed economica tanto più facile sarà raggiungere questo scopo, anche se il raggiungimento è fittizio; ma poiché è un dono naturale possiamo comunque credere che sia un piacere raggiungibile. Chi invece persegue lo stesso fine ma della natura e sorte non ha avuto alcun beneficio si troverà anche lui a sperare di raggiungere il fine ma in una condizione di insoddisfazione, frustrazione, depressione. Eppure sia nel primo che nel secondo caso si appartiene alla specie umana con medesime aspirazioni. La natura, nel suo travaglio, può operare secondo distinzione attribuendo all’uno o all’altro le giuste possibilità? Mi puoi dire –uomo- che pensare in tal mondo significa discriminare e togliere le possibilità di aspirazione a meno che…tu non intenda sottoporre la riflessione sotto un profilo di felicità relativa. Ma sei sicuro che essere relativamente felici non sia equipollente alla rassegnazione di un comportamento in cui necessita accontentarsi? Magra consolazione accontentarsi…quanti si sono accontentati del proprio lavoro, della propria condizione economica, culturale, sociale e quanti, invece, avrebbero voluto perseguire anche un più nobile fine, come può essere lo studio e la cultura, dovendo anteporre la classica e miserrima frase “è destino”!



clausola d'amicizia

antoniobellanca00it (18/01/2009 - 17:30)


L’amicizia è un contratto;
è necessario tenere a bada le condizione e le clausole,
spesso scritte in piccolo e occultate.
(Antonello)
 
Come si misura la bontà di un amico? In base alla sua capacità di riuscire a farti credere che un giorno ti potrà aiutare. Ti sentirai, pertanto, gratificato da cotanta attenzione e sicuro di avere un angelo custode che guarda alle tue spalle. E’ questo il motore dell’ ”effimero” sentimento dell’amicizia, sentirsi protetti. Spesso si rimane anche amareggiati perché l’aspettativa viene inattesa e la nostra delusione ci porta anche alla disperazione. E’ indispensabile che subentri “la prova del nove”, l’evento tanto decantato in cui l’amico esprime massima fedeltà, per capire quanto volatile sia questo sentimento. E allora, in quel momento, diciamo…”mi sbagliavo…non era un vero amico”. Non era l’amico ad essere sbagliato, bensì il terreno sul quale abbiamo coltivato l’illusione. Basta traslare, nel proprio intimo pensiero, la parola “amico” con “conoscente” ed essere consapevoli che quanto promesso, sulla fedeltà dell’amico, non avverrà mai…ed allora si resterà per sempre dei buoni amici, pardòn…conoscenti! E se il miracolo dovesse accadere? Se l’amico si fa veramente in quattro per aiutarti? Anche qui la dovuta attenzione. Hai la capacità di capire se il suo è veramente un intervento disinteressato nel rispetto della morale kantiana? Sei sicuro che quanto lui faccia per te non sia l’equivalente di una cambiale sulla quale, poi, gravano, fior di interessi? Se anche così fosse, non disperare. Si tratta di un contratto di mutua assistenza e cordialità l’importante è che tu sappia leggere le clausole scritte in piccolo; alla stessa stregua di un finanziamento economico dove il beneficio dell’assistenza lo vedi subito, cerca di capire quanto (e se puoi) dovrai pagare. Per il resto…Amèn! E così sia.

E tu, con quella faccia, saresti un filosofo?

antoniobellanca00it (12/12/2008 - 17:57)


 
La semplice parola "filosofia" ha un suo peso, non c’è che dire; pesantissimi, poi, i tomi che trattano la materia. Banalmente (e per sorridere un pò) i testi di filosofia sono materialmente pesanti e quelli che trattano la pratica filosofica, praticamente opprimenti. Lasciando da parte il gioco di parole in effetti la filosofia rimanda a libri  incomprensibili, indigeribili. Come ostici appaiono coloro che la “usano”. Già…ma come si usa la filosofia? A primo acchito, senza neanche tanta immaginazione, vediamo i “professoroni” che insegnano nozioni su nozioni a tanti allievi totalmente disinteressati alla materia perché la vedono lontana; e poi…a chi può interessare cosa pensavano Socrate, Platone, Humme, Cartesio…forse i giovani (ma anche i meno giovani) trovano più interessanti i pensatori più moderni: Nietzsche, Gentile, Heidegger. E i volti dei filosofi? sempre seriosi, con folte barbe, mai sorridenti! Perché mai, vi chiederete, cari lettori? Avete visto la mia foto, in alto, con la faccia da “babbo”? Direste mai che quell’individuo ha una passione per la filosofia? La foto è ispirata a quella scattata a Feyerabend che potete vedere qui. Un filosofo che lava i piatti! Che mondo. Un personaggio simile non può filosofare. E chi l’ha detto? Certo è che molti filosofi hanno abbandonato le cattedre, perché si sentivano lontano dall’essenza della filosofia, per praticarla come stile di vita per dare un senso principalmente alla loro vita. Come si pratica la nobile arte? Non c’è assolutamente bisogno di conoscere la storia della filosofia, semmai è consigliabile scegliere alcuni pensatori, tra i tanti, a noi più congeniali. La filosofia è uno stile di vita che si applica nel riflettere, meditando durante il nostro fare quotidiano, mentre si lavano i piatti (come fa Feyerabend) o come faccio io durante una grigliata. So già cosa pensate...che il meditare significa, anche, staticità, immobilità. E anche qui viene incontro la pratica. Sono sicuro che il più delle volte vi siete trovati a riflettere durante le vostre azioni, sopratutto in qui casi in cui è richiesta la massima attenzione, come guidare l’automobile. Ecco perché sorrido quando mi attribuiscono l’appellativo di “filosofo”. Filosofo posso esserlo ma come, del resto, potete esserlo anche voi, ne più né meno. Il fatto che io abbia aperto qualche libro in più non vuol dire assolutamente nulla. Ho conosciuto gente che non ha mai visto (né voluto vedere) un libro di filosofia, nemmeno da lontano, ma con una capacità critica da far invidia. La passione per la lettura filosofica, come ho già scritto qui, non attiene nulla con il praticarla e vi assicuro che sostenere questa mia teoria è sempre una battaglia, molto faticosa, ma di cui sono fermamente convinto.
 
 

Chiedimi "come va" solamente se sei veramente interessato a conoscere come sto!

antoniobellanca00it (04/11/2008 - 19:43)


Sottotitolo:
ti avverto, però.
La tua intenzione richiede impegno e tempo
 
E’ la domanda più bislacca che si possa fare! Se dovessi essere del tutto sincero e rispondere obiettivamente all’interrogativo dovrei menzionare tutto ciò che non va e per le quali soffro, amaramente. Non per vicissitudini personali ma per quelle che affliggono la società e l’uomo in generale. Talvolta ho provato e l’inevitabile comportamento è stato il seguente: apertura delle palpebre, sorriso svanito… allontanamento!!! In parole povere, come se fossi stato un untore, la persona che prima mi chiedeva con tanto presunto interesse “come va, tutto bene?” si allontana e poco manca che fugga a gambe levate. Ed allora, una domanda così, è quanto di più ipocrita e inutile si possa porre.
 
Non parlo di filosofia né di politica durante gli incontri. O almeno fintanto che non mi si chiede direttamente. E’ naturale, una volta che si prende atto delle nefandezze del genere umano, intristirsi e amareggiarsi e il comportamento, si sa, influenza anche quello degli altri più che l’idea stessa che ha determinato quel proprio comportamento. Ritengo, come sosteneva già Schopenhauer, che molte amicizie ma soprattutto matrimoni, si dissolvano proprio per questo motivo, quando uno dei due consorti porta la propria sofferenze esistenziale all’interno dell’ambito familiare. La sapienza, dirai, allora, in che consiste? Tenere tutto per sé e soffrire ulteriormente? E’ una arte che si coltiva e  costruisce con il tempo, saper dosare il “saper vivere” determinando la giusta modalità di somministrazione del proprio malessere esistenziale (gli psicologi parlano, in tal senso, del “locus of control”, intendendo con questo termine la capacità di capire il modo e la situazione ancor prima di intraprendere un’azione o un discorso).
 
E’ assolutamente impossibile
che io faccia felice una donna
che non è felice con me:
ora dato che io vivo soprattutto
nel mondo dei miei pensieri
e non amo svaghi e società
e non sono sempre di buon umore,
c’è ben poca speranza
che una donna con me si senta felice.
(Schopenhauer)
 
Pertanto, uomo, che soffri dei mali del tuo simile, qualora ti rendi conto che la tua famiglia è un bene insostituibile per l’amore che la tua consorte ti dona e del sorriso che ricevi quotidianamente dai tuoi figli, per il bene che, comunque, ricevi dai tuoi pochi conoscenti, per quanto ti domandino sempre (e inutilmente): “tutto bene, come va?”, non permettere che tutto questo, apparentemente inutile, si dissolva. E’ difficile insegnare come operare secondo ragione, non facendosi sopraffare dalle ingiustizie del tuo simile evitando, comunque, che esse non vengano debitamente sottoposte a riflessione, senza che ne soffrano i tuoi familiari…è difficile.

Pessimismo od obiettività?

antoniobellanca00it (07/10/2008 - 19:24)


Ipotesi
 
Rifletto su: “l’accoglienza che chiede non più il riconoscimento ma il superamento da sé”.
Il presente del verbo “dare” e sempre subordinato al futuro del “ricevere”? Quale il limite del sincero altruismo e amore se nell’offerta del “dare” anteponiamo il piacere personale di ricevere anche un semplice grazie?
L’offerta dovrebbe essere un dono..con “vuoto a perdere”…purtroppo non è sempre così….
 
Tesi
 
L’uomo buono per natura non esiste,
esiste l’uomo che ha saputo dosare
la giusta quantità di cattiveria ed ipocrisia.
(Antonello)
 
Due correnti filosofiche, due pensieri. Il mio caro Kant sostiene che l’uomo possiede una morale interna e che se ne è consapevole ne può fare uso. Schopenhauer sostiene che tutta l’umanità è nata selvaggia. Il mio pensiero: l’uomo è nato selvaggio e animale e ancorchè non civilizzato uccideva e mangiava i propri simili legittimando questo comportamento per la giusta sopravvivenza. Un comportamento simile, negli animali, non è deprecabile; è naturale. L’uomo ha ricevuto diverse guide che lo hanno portato all’attuale stato di civilizzazione. Il Cristianesimo ha avuto una parte fondamentale in questo processo. Ma tutti i comportamenti archetipici, tutto ciò che è stato naturale nella nostra origine, siamo sicuri che nel processo di civilizzazione sono stati dissolti? Non si uccide e non si ruba perché sappiamo che non si fa e così è scongiurato l’atto, ma l’intenzione? Ricordo che laddove esiste l’intenzione non esiste morale, secondo Kant. Nei pensieri dell’uomo (ancor di più nel pensiero dell’uomo di oggi represso e oppresso) l’idea di cattiveria e malvagità, in un mondo che comunque veicola messaggi sublimali negativi, siamo certi che non esista più? Ne dubito. E questo per i casi estremi, caro lettore. Ma nella spicciola quotidianità la cattiveria dell’uomo è ancora più subdola a mio modo di vedere. Quanti di noi son capaci di sostenere che le proprie azioni sono svincolate, assolutamente, da qualsiasi fine? Se desideriamo stringere rapporti con qualcuno, facendolo diventare un (presunto) amico è perché è affine a noi oppure perché può donare, in termini di prestigio e conoscenza, qualcosa a noi. Quindi l’attenzione a chi è rivolta? Sempre a noi, al nostro proprio interesse, ovvero intenzionalità che esclude la morale. Come quando si trova un portafoglio per terra e sappiamo di chi è…lo si può spedire (intonso, spero!) all’interessato oppure lo si porta di persona. E’ più probabile che l’uomo scelga la seconda soluzione, magari non per un discorso di ricompensa…(in tal caso colui che ha trovato il portafoglio provvede ad alleggerirlo prima) bensì per il riconoscimento personale. Anche qui intenzionalità. Insomma, caro lettore, la cattiveria è dentro di noi e la morale kantiana funziona nella misura in cui riesce non a sopprimere tale comportamento, bensì a limitarlo, tale che l’uomo possa pensare al bene altrui soprattutto e facendo mente libera sul proprio comportamento per limitare i propri vantaggi. Già è molto se nel comportamento si riesce ad attuare unariflessione del genere…poi per il resto basta fare i conti con un altro comportamento innato nell’uomo: l’ipocrisia. Basta saperla dosare! ^_^

Donna, potenza in atto

antoniobellanca00it (26/09/2008 - 22:55)

 

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Carissimo lettore desidero premettere che l’argomento che sto per trattare è relativo ad una personalissima opinione anche perché, avremo modo di constatare, un’opinione comune non è possibile averla. Già nell’antichità nascono posizioni differenti e contrastanti; Socrate ritiene che la donna non è dissimile dall’uomo: è meglio che una città sia difesa da una donna portata per questo tipo di attività piuttosto che da un uomo privato di questa capacità. Aristotele, invece, sostiene che le diversità fra donne e uomini ci sono perché la natura ha voluto così; ad ognuno il suo compito nella vita e nella società. Platone…bè…avanzava una discutibilissima teoria sulla donna che deve essere di tutti. Escluderei, per ovvi motivi, quest’ultima filosofia.
 
Quale il mio pensiero? Sempre lo stesso, uguale negli anni, provoca in genere risentimento nel genere maschile che mi accusa di sentimento di inferiorità rispetto al sesso femminile; provoca, altresì, approvazione e ammirazione nelle donne. Che sia un mero tentativo di accattivarmi la simpatia delle donne “razzolando”, comunque, come la tradizione impone? Riconosco alle donne il primato della superiorità, della praticità e della razionalità. Le diversità, nate da imposizioni culturali, morali e religiose, nel corso dei secoli, ha modificato le condizioni di base su cui fondare il confronto. A diversità di condizioni iniziali il confronto è improponibile. Ritengo la donna, infatti, “potenza in atto”(1),un potente propulsore che macina qualsiasi difficoltà che incontra. Osserviamo spesso languide donne annegate nei loro sogni che di praticità non mostrano praticamente nulla. Ma, caro lettore, quanti uomini si comportano così, segretamente, senza confessarlo? Un uomo che si commuove, che piange, che esprime teneri sentimenti è una “donnicciola”. Questi sono luoghi comuni o meglio luoghi che si trovano in comunione in ambi i sessi. Ti sei mai chiesto perché la figura femminile sia stata sempre occultata e mostrata, semmai, solo per evidenziare il lato materno, di brava moglie e massaia. Altri lati venivano perseguiti, condannati. Quante donne al rogo incriminate di stregoneria ha visto la storia passare. L’uomo ha avuto il predominio della “presunta” superiorità, del calcolatore e del cacciatore. Tempo addietro, durante una ricerca sociale sulle differenze di genere, leggevo tutto ciò che riguardava il confronto fra i due sessi, rimasi colpito quando lessi un libro (la sposa infedele) pubblicato dalla madre dell’autrice, dopo che la figlia è deceduta in un incidente. Moglie, madre integerrima ha però lasciato il notebook non protetto e da lì è scaturito tutto il mondo interiore che solo le donne riescono a gestire in perfetta armonia con il proprio ambito familiare (l’uomo questo non riesce a farlo e quando ci prova rimane sopraffatto dal suo stesso comportamento). La donna è potenza in atto, dicevo, perché è mamma, moglie, amante, confidente e qualsiasi ruolo scelga lo fa bene riuscendo alla perfezione a gestire situazioni familiari, lavorative, amichevoli. Perché l’uomo non riesce a fare tutto ciò? Forse perché si è crogiolato nel suo ruolo dettato dall’opinione comune perdendo tantissime opportunità; nel frattempo la donna ha recuperato, in maniera veloce e imprevedibile il terreno perduto e l’uomo si trova spesso a confrontarsi, talvolta ferocemente, sia perché intende difendere una posizione a cui difficilmente rinuncerà sia perché risulta a lui difficile poter riconoscere alla donna quelle doti e opportunità di cui lui si sente protagonista assoluto. E poi, inevitabilmente, il conflitto.
 
Ringrazio Andrea per aver sollevato l’argomento partendo da un articolo apparso sulla Repubblica che potete leggere qui.
 
 
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