Paranoie maieutiche

*** S T O P ***


Lettore ti faccio vedere la mia coperta di Linus: uno scorcio di Milano

Speranza o utopia?

La figura del blogger anonimo è in declino; Il blogger vuole farsi vedere. Ma dove scovarli? Prelevarli dalle varie community non è corretto, semmai si lascia un link al proprio blog per vedere se la visita viene ricambiata.
Il mio desiderio, piuttosto, è quello di creare una community in cui gli utenti, sebbene virtualmente, si conoscano, tramite foto e con una breve descrizione di sè. Ma ripeto non è un compito facile se si apre una piattaforma indipendente, come la mia.
Ho intenzione di prepare dei bigliettini d'invito che distribuirò a tutti i conoscenti e a tutte le persone che mi verranno presentate, alle quali chiederò se hanno un blog. Ve la immaginate la loro faccia
? Chi scrive su un blog di stampo giornalistico non ha certo problemi a rivelarsi, gli altri....mammasantissima!! Sebbene il blog è nato come diario on line con la possibilità di mantenere l'anonimato penso che ci sia, anche, un nutrito popolo di blogger che pur avendo una normalissima vita sociale, non riesce a far emergere, nel loro microcosmo familiare, lavorativo, affettivo, il lato più interiore di sè, per mancanza di tempo oppure per pudore. Si possono tenere scisse, pertanto, le due cose. In altre parole: "se vuoi sapere qualcosa in più di me, della mia storia, della mia interiorità, leggi il mio blog". Il mio desiderio (che mi auguro vivamente non resti un'utopia) è proprio quello di evitare che la visibilità del blog sia solo prerogativa di una determinata community, ovvero partire dalla community reale (la gente facente parte del proprio vivere quotidiano) per realizzare progetti di scrittura nel virtuale. E' fattibile similcosa? Mah!
E tu, caro conoscente, se avessi un blog, me lo diresti?
Ti piacerebbe se pubblicassi una presentazione di te?
Saluti virtuale ma concreti, Antonello
You've got mail

Busta gialla inerme,
popolo ansimante in attesa
di un segnale sonoro,
l'unico segno, ormai,
di visibilità.
"Qui siamo solo parole".
In effetti in un depauperato contesto sociale, dove si è soli in mezzo a tanta gente si scopre che ci si può accontentare, di parole, poche, semplici parole. Chi poi ci sia dietro non conta poi molto. Il cellulare che non suona, che non vibra all'arrivo di un messaggio, la posta elettronica vuota, non manifestano segni di libertà bensì mancata visibilità e attenzione a cui, giustamente, tutti auspichiamo. La domanda che nasce è se basta un messaggio per sentirsi vivi. Caro lettore, certo che non si vive di solo parole. Il contesto della teatralità vitale è ben altro ma prova a riflettere se un semplice messaggio non possa essere considerato un ottimo coadivuante contro l'apatica indifferenza.
Amèn!
Questi i miei messaggi multimediali:
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Una signora di nome Carolina

Eh sì. E’ una signora, di una certa età, con la quale ho un appuntamento quasi clandestino. Ci amiamo, ormai, da trentasette anni, da quando, ovvero, io bambino seduto dietro pensavo che un giorno avrei potuto guidarla. E nella mente e con la bocca di un fanciullo l’immaginario rombo di un motore, più grande di quanto fosse in realtà, alla conquista di mirabolanti avventure. Come tutti gli anziani aspetta con ansia il momento in cui qualcuno venga a trovarla e quando la saracinesca si alza i grandi occhioni sembrano sorridere e promettere una pronta partenza per la strada che si appresta a percorrere, impaziente di prendere il via e mordere il terreno. E lei canta, canta e ringrazia, per il rispetto che le viene donato e l’ammirazione. Il patto tacito, scritto nel diritto del buonsenso fa si che non venga mai un tradimento dall’altro; lei sa che io non la ho mai tradita e lei ripaga con uguale fedeltà assoluta. Giunta l’ora di riaccompagnarla a casa aspetto il suo bacio di arrivederci che ancor’oggi mi fa arrossire e nel contempo mi gratifica. Ed io ricambio con uguale ardore e affetto, perché il mondo, dopo quella ora passata insieme, magicamente, sembra diverso, più bello e colorato.
Al cor gentile rempaira sempre amor (Guido Guinizzelli)

Il misantropo in me.

Misantropia; condizione soggettiva o crisi di qualsiasi comunità? La domanda può essere affrontata con riferimento alla propria condizione, è vero, ma mi permetto di sottoporre a degna riflessione un'impressione: perchè ci si ri-ritrova (chiedo venia per il gioco di parole) a chiudersi in sè stessi? Per quale motivo non vediamo l'ora di rientrare nelle mura domestiche per poi, solertemente, chiudere il tutto con la massima velocità? Rifletti lettore: hai mai pensato, magari prima di dormire, della fortuna che hai avuto, nella giornata, di ri-trovarti ancora una volta nel tuo letto e riposare? E del senso di sicurezza che si infonde in te nel ripercorrere tutte le chiusure (e non solo mentali) di casa tua proprio come un uccellino nel suo nido contento di essere dentro, accudito, mentre fuori percepisce ostilità e pericolo? Quali le cause di cotanto comportamento? Fra le tante, forse, emergono due prioritarie. Il senso diffuso di insicurezza che porta a ricercare mura familiari consolatrici, nelle quali eccheggiano voci amiche di madre, fratelli, mogli, figli. Il secondo, in termine numerico, ma molto più subdolo e pericoloso, invece, è il diffuso "relativo" benessere. Noterai, caro lettore, che il termine relativo è ancorato da apici; sta a significare che non è un benessere diffuso inteso come tale; in questo contesto mi servo del concetto per indicare l'orticello che abbiamo faticosamente coltivato, più o meno grande. Sbarre, grate, catenacci, paure (sempre più crescenti) mettono in pericolo quanto soggettivamente è più di prezioso. Se penso alle realtà contadine di un tempo quando si viveva con la porta aperta, in comunione e condivisione di vitto, di sorrisi elargiti alla soglia della porta, continui ai diversi passaggi dalla via dei compaesani...proprio (e per quanto mi sforzi di ricordare) non mi sovviene assolutamente alcun lucchetto...e non solo alle porte.
Saluti affettuosi, Anto
Per favore: togliete quel velo su Milano.....

Approdo al mondo del sapere condiviso e delle comunità virtuali per studio e, affascinato, continuo vagando alla ricerca di spunti di riflessione affinché il pensiero si dispieghi contro l’immobilità dell’essere. Non conosco Luciano Bianciardi; non ho mai letto qualcosa di lui, almeno sino ieri mattina, in un articolo apparso sul corriere firmato Franco Tettamanti. L’articolo è anticipato dal titolo della rubrica: “cose dell’altro secolo”. Leggendo le parole del Bianciardi mi rendo conto, però, che le parole (tutte, indistintamente) benché dette e riferite al contesto cui si riferiscono continuano ad essere “cose anche di questo secolo”. La frase che ha colpito la mia attenzione: “la rivoluzione se vuol resistere deve restare rivoluzione. Se diventa governo è già fallita”. Invito a riflettere su questa frase: si lotta per qualcosa che, una volta raggiunto, fa dissolvere il passato dimenticando il motivo e il perché si sia raggiunta una posizione o uno scopo. Dirai certo che questa non è una novità e che questa condizione appartiene intrinsecamente all’uomo. E, d’altra parte, diceva Hegel a proposito del popolo come una massa informe che diventando (qualora riesca) “non più popolo” diventa consistente, visibile e soprattutto con una forma. Non è certa mia intenzione fare politica in questo contesto, infatti il focus di quanto voglio dire è la presa coscienza di questa situazione che, creando muro divisorio tra ciò che si è e ciò che si non è, non permette di volgere lo sguardo indietro per capire chi si era veramente. E’ molto semplice sostenere che nel caso di una grossa vincita la prima cosa che si vuol fare è quella di ricordasi dei propri amici e parenti o, ancora, delle persone che han sofferto. Peccato che, nello spazio tra il dire e quello che poi potrebbe accadere ci si intrometta sempre dell’acqua; quella del mare.
Il flauto ed il computer

Cosa accomuna un computer con il flauto? Il primo, entrato a pieno titolo nell'arredamento di tutte le case, spesso è utilizzato come un giocattolo e al massimo per scrivere qualche lettera. Al di là di un uso mirato e strettamente connesso allo studio o ad una professione, è un oggetto di arredamento. Mi sono accorto, infatti, come i ragazzi ancor prima di discutere sulle perfomance possibili e sull'effettiva utilità, disquisiscono circa il bello di un computer. Il fatto che lo sia, visto che viviamo in un epoca di high teach, non mi meraviglia. Quello che più mi sorprende, invece, frequentando i "non luoghi" dei grandi centri commerciali, è come delle caratteristiche tecniche di un dispositivo poco importa; l'importante è che sia bello.
- "Hai visto zio "VISTA" come è bello?" Chiede mio nipote Gigi a proposito del nuovo sistema operativo di Windows.
Da qualche giorno, in casa mia, è presente l'immancabile strumento tipico di chi si appresta a studiare musica nelle scuole medie. I genitori sanno quanto il flauto risulti stridente ed insopportabile se usato "impropriamente". Generalmente, da tale strumento, nei momenti successivi all'acquisto, ancor prima, dunque, di aver imparato le forme musicali basilari, escono suoni da far accapponare la pelle. Magicamente, però, quando l'alunno apprende la prime nozioni e scopre quale "magica" melodia possa uscirne fuori, ne rimane estasiato, deliziando le orecchie dei genitori, non più di suoni striduli bensì di una composizione musicale.
Credo che l'educazione alla tecnologia debba seguire le stesse orme di tutte le forme educative al fine di rendere consapevoli quanto un dispostivo tecnologico non è solo "bello" da vedere ma anche utile e funzionale, rilevarne, ovvero, le potenzialità per liberare la creatività dell'utilizzatore.
Grazie a te, Paola
Il bisogno più sentito della natura umana
è il desiderio di essere importanti
(John Dewey)
Mi trovo spesso a riflettere se una delle preoccupazioni più grandi dell’essere umano non sia quello di apparire trasparente anche in mezzo a tante persone. Non mi riferisco certo alla consistenza fisica, bensì alle gratificazioni e alle lodi di cui l’uomo, legittimamente, è affamato. Qualsiasi attività, dall’ambito lavorativo al familiare, necessita di essere riconosciuto e, automaticamente, l’attività svolta risulta più piacevole e meno faticosa. Eppure oggi questa semplice regola rischia di affondare tra le mille attività e pensieri che angustiano l’uomo. In altre parole non c’è tempo per delle lodi e ringraziamenti sinceri. Non esiste una regola ben precisa per riconoscere la sincerità degli apprezzamenti, qualora si abbia la fortuna di riceverli; i complimenti, donati con sentimento, sincerità e passione, sia in forma scritta che verbale, conservano in sé una sorta di magia tale che le parole non possano assolutamente passar per false o adulatorie.
Qualsiasi congedo dal servizio per pensionamento lascia una sorta di amarezza e tristezza che ricorda la paura dell’abbandono dei bambini. Alla gioia della festa e del brindisi si associa il rovescio della medaglia dell’inevitabile malinconia che ne consegue dal giorno successivo quando il rapporto lavorativo viene meno. Lavorare con Paola per tanti anni è stato piacevole e stimolante, saggia maestra di esperienze lavorativa non si è mai tirata indietro nel supportarmi in situazioni complesse lavorative. Ho sempre creduto di aver abusato, spesso, della sua pazienza e di aver rubato la sua conoscenza senza essermi mai adeguatamente sdebitato; al termine della festa di pensionamento mi consegnerà un biglietto:
Antonello, ti voglio esprimere tutta la mia gratitudine per la tua disponibilità e per l’aiuto che mi hai sempre dato quando richiedevo il tuo intervento. Ho molto apprezzato la tua cortesia e i modi garbati che hai sempre usato nei miei confronti (su di me hanno sempre avuto effetto). Di te conserverò sempre un buon ricordo e ti faccio un grosso “in bocca al lupo” per un eventuale futura posizione lavorativa migliore e redditizia.
Non è certo per megalomania che ho riportato queste parole bensì per trasmettere la sensazione di sincerità e commozione con cui Paola le ha riversate su carta. Il dubbio di come possa sostenere questa tesi è presto detto: mi chiama Antonello, come i miei familiari e come i pochi amici di infanzia. Questo denota attenzione e ammirazione; qualcuno potrà forse dire che il momento magico è il frutto di una somma data da parole mirate e da una maggiore sensibilità nei confronti di chi li riceve. Invito, però, ad una maggiore riflessione se il mondo e i rapporti umani, dal più piccolo microcosmo sociale, non possa diventare o almeno apparire, migliore se si venisse ricompensati con degli apprezzamenti sinceri per tutte le attività che quotidianamente portiamo avanti. Filosofia spicciola? Può anche darsi, ma di sicuro ben redditizia, con alti rendimenti nel tempo.
L'uomo: debolezza o tenerezza?
L’opinione diffusa sul sesso forte maschile non è più, oggi, consolidata né trova fondamento; l’uomo ha terminato il suo ruolo di capofamiglia, autoritario e sicuro di sé. Lo spartiacque non delimita più i due generi in modo così netto e i desideri, le ansie, le paure non vengono più attribuite in maniera assoluta ad uno o all’altro sesso. Il problema non è chi considerare forte bensì legittimare e valorizzare la figura della debolezza anche nei confronti dell’uomo. Se è vero che la donna deve scrollarsi di dosso dei stereotipi che la vedono relegata in ambiti piuttosto ristretti è vero che anche l’uomo si vede costretto, ancora, ad indossare dei panni stretti di cui vorrebbe disfarsene. Sì, ma come? Dove è scritto che il pianto, la commozione, i pensieri gentili, la fragilità non deve essere coltivata dall’uomo? Questa la mia riflessione che prende spunto quando ho accompagnato mia figlia a scuola. La tenerezza che nasce nel vedere quell’essere in crescita che, naturalmente, si incammina verso percorsi in-divenire, che abbandona un mondo infantile e con lui tutte le manifestazioni “inopportune”d’affetto. Ricordo, come ieri, quando all’entrata della scuola elementare, oltre al bacio in fronte, di buon inizio giornata, il rituale del saluto si completava con un cenno della mano. E’ naturale e normale che tali manifestazioni non ci siano più ma ritengo che non sia normale non soffrirne manifestando presunti atteggiamenti di superiorità e di freddezza. E’ normale, dunque, ma non posso non manifestare dispiacere. Lo manifesto e ne parlo come del resto non mi pongo alcun problema se devo commuovermi per un qualsiasi avvenimento che merita quella che per me è una sublime manifestazione dell’anima.
Leggi o scarica il mio elaborato "uomo meno uomo?"



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