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Categorie Mondo blogger

Diffido dalle persone che si definiscono normali

antoniobellanca00it (20/11/2009 - 23:36)


Più vivo più gli esseri umani più mi sembrano affascinanti e per me pieni di interesse. Stolti o intelligenti meschini o quasi santi, diversamente infelici, tutti sono cari al mio cuore. Mi sembra di non capirli adeguatamente e la mia anima è piena di inesauribile interesse per loro. Molti li conobbi e sono morti; temo che a eccezione di me nessuno vi sia che narrerà la loro storia e come a me piacerebbe fare e non oso. Sarà come se quegli uomini non fossero mai esistiti sulla terra...le persone che amo di più sono quelle non del tutto realizzate, quelle non molto sagge, un pò pazze e possedute. Le persone che hanno una mente sensata destano in me poco interesse. L'uomo realizzato, quello perfetto, non mi attira. Un uomo un pò bizzarro, non solo mi è più gradito; egli è assolutamente più plausibile più in armonia con il tono generale della vita, un fenomeno ancora insondato e fantastico che lo rende al tempo stesso così oscuratamente attraente.

Maksim Gorkij: "due storie"

Dove finisce il virtuale ed inizia il reale?

antoniobellanca00it (22/11/2008 - 12:53)

 
 
Le comunità virtuali sono spazi in cui il luogo che compare
non è riconducibile a coordinate spazio temporali
determinabili (Fabietti)
 
Il virtuale è una presenza differita:
nell’opinione comune siamo portati a pensare
il reale come l’uovo di oggi
e il virtuale come la gallina di domani (Levy)
 
 
 
Dove finisce il virtuale e dove incomincia la realtà? L’interrogativo posto da Francesca è stato oggetto di studio di antropologi e sociologi. Fabietti, dal punto di vista fisico ne dà un’interpretazione inerente al DOVE. Il virtuale, le comunità, non sono in un luogo. Possono essere dappertutto; le coordinate spazio temporali non sono determinabili. Non meno interessante, ma più inerente al tema dei social network, è l’idea posta da P. Levy: il reale è il possibile mentre il virtuale è il probabile. Il reale, dunque, fa parte del nostro vivere quotidiano mentre il virtuale è la realizzazione di un sogno, qualcosa che ci si aspetterebbe, che si desidera. La questione si risolve in tal modo: dirigo la mia attenzione ad una probabile “gallina”di domani con la possibilità che mi sfugga “l’uovo di oggi?” L’esempio, per quanto banale, mostra metaforicamente (e a mio pensiero in maniera significante) l’antinomia che gioca fra i due termini in valore sociale (che poi è l’aspetto che a noi interessa maggiormente). Tanti amici, collezionati, perché potrebbero essere amici anche nel reale. Viaggi nella blogsfera e nelle stanze di chat per sperimentare l’atmosfera del “non luogo”, quello spazio inesistente dove si cerca (e si desidera infondere) benessere personale e per lo spirito. E dopo le citazioni accademiche, cara Francesca, pongo il mio modesto pensiero per rispondere alla tua domanda: dove finisce il virtuale ed inizia il reale? Non esiste, a mio modo di vedere, un confine netto. I “due mondi” si intersecano, il confine si sposta, l’orizzonte appare in momenti di visibilità netta della propria coscienza e, con la stessa facilità, si ottenebra o si rarefa come in una giornata di nebbia intensa. Quello che voglio dire che le due prospettive diventano soggettive per come siamo noi che le vogliamo. Desideriamo stare in compagnia e ci fa stare bene una compagnia virtuale, in chat o in web. Desideriamo, altresì, un contatto reale, fisico? Allora volgiamo l’attenzione allertando i sensi. Quale più coinvolgente a livello emotivo? Come sai, Francesca, ritengo che il coinvolgimento nel sentire l’altro può avvenire anche a livello di “sole parole”. Quello che non dovrebbe sfuggire, in entrambe le modalità di approccio sociale, sono un paio di regole basilari di “mutua cordialità”. Posso avere una persona di fronte fisicamente oppure lontana, ma i sentimenti, le emozioni, la sensibilità restano perfettamente uguali. E proprio sulla sensibilità spendo, ancora, due parole: come nella vita reale anche in quella virtuale ci si pone nei confronti dell’altro in modo tale che  siamo NOI ad aver bisogno preminente di conforto, di comprensione, di ascolto. E’ necessario fare un passo indietro, da entrambe le parti, per riuscire a capire quanto l’altro, invece, ha necessità dello stesso desiderio. Nel reale ci vengono incontro segnali non verbali, nel virtuale no! E talvolta chi vive il virtuale per un’esigenza legittima di visibilità sociale che nel reale non trova rischia di uscirne amareggiato e deluso.
 
Ringrazio Francesca per aver posto la questione e per avermi dato la possibilità di rinfrescare la “mentoteca” su un tema a me sempre caro. Lascio la parola a voi e attendo per commentare.
 
Un mondo di bene per tutti, Antonello
 
 

L'IM-posizione della tecnica (come alibi del consumismo)

antoniobellanca00it (17/11/2008 - 19:21)


 
 
Dove sta la novità? O sono un precursore dei tempi oppure c’è qualcosa che non capisco. Sfuggo dalle mode e il pericolo, adesso, è quello di abbandonare il mio progetto sull’osservazione dei social network. Almeno così come sono considerati adesso. Dovunque legga (multimediale o cartaceo) non si parla d’altro, della presunta inutilità o indispensabilità di Facebook o MySpace…il problema è un altro. L’assoluta necessità di imporre il dispositivo digitale (ultimo uscito) per non farsi sfuggire l’opportunità di “restare sempre in contatto” con i tuoi amici. Io lo facevo già (e come me tanti altri) senza che nessuno me lo avesse imposto. Il fedele compagnio (Nokia 7710), che vedi tra le mie mani, andato in pensione da poco, mi permetteva, tramite il lentissimo e costosissimo collegamento GPRS, di leggere i miei blog preferiti e la messaggistica, già da diversi anni: e mi divertivo. Oggi, invece, tale opportunità (?!) è possibile a tutti, e questo mi fa piacere, ma diventa un’IM-posizione: se non stai collegato con gli altri, 24 ore su 24 sei uno sfigato. Ripeto, caro lettore, non che volevo che questa possibilità fosse solo per pochi…la tua attenzione, ti prego, focalizzala sulla libera scelta di ognuno. La possibilità di collegarsi esisteva già, i disposivi pure, chi voleva accedere alle community in piena libertà e movimento era liberissimo di farlo, pochi, comunque, lo facevano. Oggi, invece, SI DEVE restare collegati e quindi verranno messi in vendita NUOVI (??!!) dipositivi per non perdere di vista, neanche un minuto, i vecchi amici. E non ho ancora focalizzato il problema dal punti di vista sociale…per carità!!
 

Amico di ieri, ti incontro su Facebook

antoniobellanca00it (21/10/2008 - 00:34)


Quasi un sussulto al cuore nel leggere l’ennesimo articolo dedicato a Facebook apparso sull’Espresso n°42 a firma di Federico Ferrazza. In esso una variante che ne disciplina le differenze rispetto ad altre piattaforme di social network. Il sussulto cui accenno in apertura per aver riletto l’intervento di Ferri professore di Teoria e Tecnica dei Nuovi Media dell’università Bicocca. Grazie a Ferri ho avuto l’opportunità di studiare le “preistoriche” comunità virtuali del blog e del forum, preistoriche non perché sia passato un considerevole lasso di tempo bensì per la rapida evoluzione cui è assoggettato il mondo multimediale. Ferri, inoltre, è stato il mio relatore nella tesi “filosofare oggi per tramite le piattaforme multimediali”.
 
Perché Facebook è diverso e nuovo? Perché a differenza del blog, sostiene il docente di Teoria dei nuovi media, non si è più assoggettati dall’oppressione di dover aggiornare il blog, a lungo andare frustrante anche per via dei probabili mancati commenti (ormai tutti scrivono e nessuno legge –una mia considerazione- ). Con Facebook ci si RI-incontra: il flag di ricerca non è solo un dato nominativo (ci si iscrive con il proprio nome e cognome) bensì i luoghi del nostro passato, scolastici, lavorativi. Basta inserire le informazioni di contatto, cliccare sul proprio isitutuo scolastico e il relativo anno di frequenza ed OPLA’…il gioco, anzi il ritrovo è fatto!

Ristampando pensieri virtuali al ritmo di rock sinfonico

antoniobellanca00it (23/09/2008 - 20:08)


Ristampe di parole già lette, di opere discografiche già ascoltate..la parola ristampa rimanda all’idea di portare alla luce un argomento, già noto, per alcuni ancora sconosciuto.
 
In questo spazio cercherò di utilizzare il concetto per:
 
1)    far rivivere un mio vecchio sito (filosofando)
2)    Per parlare di un argomento musicale sempre attuale
3)    Dell’eterno mio oscillare tra analogico e digitale.
 
Bene lettore: seguimi!
 
Il passato non andrebbe mai rinnegato. Quanti blog e quanto profili ho visto chiudere e riaprire. Qualsiasi cosa si sia scritta fa parte indelebile del nostro essere e può tornare utile farlo ritornare alla memoria per capire come si è cambiati nella forma (blog, sito, template) e nella sostanza. L’argomento di oggi tratta un genere musicale mai tramontato, sempre attuale, che le generazioni meno giovani sicuramente conoscono: il rock progressive; è quel genere musicale, tanto in voga negli anni 70, ma ancora adesso non tramontato, caratterizzato da lunghe suite, contaminato da jazz e classica; in genere viene narrata una storia. La mia generazione è cresciuta con il progressive! Un disco progressive, proprio per la sua natura, va ascoltato tutto, dal primo brano sino all’ultimo. Leggi, caro lettore, cosa ho scritto, in un mio vecchio sito di ben cinque anni fa sul progressive, cliccando qui.
 
Andrea ha scoperto i Coldplay, un gruppo relativamente recente che, a mio avviso, rimanda molto al genere progressivo, sia perché i brani appaiono come un susseguirsi di musica da non interrompere, sia perché a primo ascolto il cd in questione non è gradevole: necessita almeno un paio di passaggi attraverso le nostre orecchie per apprezzarne il notevole contenuto.
 
La terza questione: in una società del “tutto e subito” dove la musica va ascoltata (per moda ma anche perché non c’è tempo) nel terribile formato mp3, è giusto ascoltare la musica progressive (ad esempio i Genesis –Sed, non ti arrabbiare- ^_^ ) in modo così frettoloso e, a mio vedere indecoroso, per tramite dell’I-Pod e similari? Mi risponderai, caro lettore, che ognuno la musica se l’ascolta come vuole: è vero. La mia posizione, comunque, non è cambiata dal 2004, quando ho scritto quest’altra cosa che puoi leggere cliccando qui.
 
 
Di cosa si è parlato in questo post? Di come un argomento, ripetuto, possa trovare la luce letteralmente “ripescandolo” dalla blogsfera: un blogger deve conservare tutte le pagine web che produce. Si è parlato anche di un argomento musicale, il progressive,  e della mia personalissima opinione se la musica va ascoltata in digitale o in analogico. Qual è, lettore, l’argomento principale del post?
 

In certe situazioni non è possibile operare delle scelte...

antoniobellanca00it (20/09/2008 - 22:05)


Carissima Stella tu mi confondi. Due premi, in così poco tempo, possono determinare una crisi da successo: se un giorno i miei vicini mi dovessero vedere con il viso basso e triste e mi chiederanno quale grossa disgrazia mi sia capitata e potrei rispondere: “non ricevo più premi”.
 
A parte gli scherzi, il successo è una bella-brutta cosa. Ci si abitua velocemente e si fa fatica a perderla specialmente in quest’ambiente in cui un giorno sei qualcuno e ben presto non sei più nessuno.
 
Ma passiamo alla parte pratica: il premio è mio e me lo prendo e ti ringrazio con tutta la simpatia che posso dimostrarti…il problema, quello insormontabile, è a chi assegnarlo.
 
Fare una scelta significa, anche, discriminare; scegliere qualcuno al posto di qualcun altro, credimi, mi risulta veramente difficile. Molti profili che transitano da qui sono coltivati da me da anni e non posso escluderli…agli altri, i più recenti, mi sento già legato da profonda amicizia per cui, non me ne volere, lo assegno a tutti voi, indistintamente. Siamo già assoggettati a discriminazioni, scelte, opportunità nella vita reale, non vogliamo che questo avvenga anche qui, vero?
 
Certo della tua comprensione porgo a tutti, ma proprio a tutti, un sentito abbraccio. Alle signore un delicato bacino sulla guancia (senza che i rispettivi partner si ingelosiscano…da vero amico).
 
Ancora grazie, Stella.

Virtualmente, vostro Antonello

Caro lettore, ti lasci prendere per mano?

antoniobellanca00it (13/09/2008 - 15:57)


Cari lettori della blogsfera, abbiamo avuto modo di conoscerci, interagito e discusso. Ho aspettato un po’ prima di aprire un ulteriore capitolo sul mondo delle parole veicolate da blog, in particolare su questo blog un po’ anomalo e volutamente controcorrente per un obiettivo ben preciso. L’ostacolo più grande che ho dovuto affrontare è quello relativo alla normale avversione nei confronti della stessa parola “filosofia” che già da sé richiama volumi pesantissimi (e non mi riferisco solo al peso) ma soprattutto inutili. Per stare insieme e disquisire secondo filosofia non è necessario conoscere quel o quell’altro filosofo. Vivere secondo filosofia è anche, forse soprattutto, incontrarsi piacevolmente anche se in modo virtuale. Una comunicazione basata esclusivamente su citazioni di ordine filosofico bè…diciamolo pure, è noiosa. Però se in un turno cordiale di conversazione dove uno ascolta tutti gli altri per poi dire la propria opinione, magari partendo da posizioni autobiografiche, con l’assoluta certezza che quanto scriverà non diverrà oggetto di derisione o altro credo che sia stimolante e piacevole. Tutto questo ragionamento si basa sulle regole della comunicazione biografico solidale già nota a chi si occupa di filosofia pratica, e sostengo che sia possibile applicarle seguendo una piccola variante che puoi leggere aprendo quest’altra pagina. Ma se volessimo ricercare i presupposti storici di questo modo di confrontarsi e rapportarsi, dove è possibile attingere, nell’immenso patrimonio filosofico, qualcosa di simile? Propongo, anche a scopo propedeutico per chi non conosce la filosofia ma che desidera addentrarsi in maniera soft, il Simposio di Platone, dove tutti dialogano piacevolmente con l’intento, proprio, del piacere stesso del dialogare:
 
“…così dunque camminando, assieme parlammo …se poi occorre fare anche voi questo racconto, ebbene, facciamolo. D’altronde, per parte mia, quando tengo io stesso o ascolto da altri, discorsi sulla filosofia, provo una mirabile gioia, senza considerare che credo di trarne giovamento”.
 
Ma tanta dedizione, dirai caro lettore, è solamente destinata ad un coinvolgimento delle società virtuali, fine a sé stessa? Non è che io, pseudo sapientone, seppur non guadagnandoci nulla mi sono esaltato e montato un po’ la testa? La domanda è legittima e può anche essere! Non lo escludo…l’argomento è stato oggetto di mia riflessione più volte sull’effettiva utilità di un progetto siffato ma soprattutto (e in questo caso meschinamente) per un concetto di vanità. Ho scritto più volte che il desiderare di “farsi vedere” in un contesto sociale dove seppur in mezzo a centinaia di persone sia normale e non deprecabile. L’importante è come si raggiunge il mezzo e la motivazione che deve essere dichiarata, motivata e argomentata. Ci viene in aiuto, in tal senso, ancora una volta il Simposio: durante il dialogo contornato da grandi bevute di vino, si parla di Eros come il primo dio ma soprattutto di colui che deve guidare gli uomini verso il bello e l’amore per contrastare le cose brutte:
 
la vergogna per le cose brutte e l’aspirazione delle cose belle: senza di esse non è possibile né una città né compiere opere grandi e belle…così gli uomini possono gareggiare fra loro per un desiderio di stima”.
 
E comunque di fronte ad un progetto che chiunque potrà avere un’opinione diversa, personale sul bello o brutto, cito:
 
Per ogni azione le cose stanno in questo modo, una cosa nel suo compiersi non è né bella né brutta, piuttosto è nell’azione con cui viene compiuta..pertanto non è amando Eros che si espleta il bello bensì è bello L’Eros che incita ad amare in modo bello”.
 
Dopo quanto detto se sei arrivato a leggere qui in fondo, posso sperare che mi porgi la mano per seguirmi?

 

Anto quale il senso di questo progetto?

antoniobellanca00it (06/09/2008 - 12:26)


Da un cordiale colloquio telefonico: Anto, non commento perché so poco di filosofia e poi…quale il senso di tutto il lavoro che hai fatto?
 
Desidero far presente che mi sento filosofo nella stessa misura in cui lo siamo tutti. Conoscere la storia della filosofia è una cosa, esserlo e praticarlo un’altra, l’una è indipendente dall’altra; tengo a precisare, ancora, che non conosco tutto l'immenso pensiero filosofico. Ricordo una frase estremamente significativa letta da un libro di De Crescenzo di qualche anno fa: “il miglior filosofo è il mio portiere”. Come sostiene, ancora, Natoli, “siamo tutti filosofi nel momento in cui sottoponiamo ad interrogativi la realtà”.
 
Fatta questa precisazione provo a rispondere a quella che è la domanda più difficile da affrontare…almeno con la dovuta lucidità ed obiettività. Amo il mondo delle parole, scritte nel cartaceo e nelle community, non mi trovo d’accordo, invece, con alcuni aspetti tipici delle community. Dell’ultimo post che DEVE essere il primo (e forse l’unico) ad essere letto ne abbiamo già parlato (un po’ qui e un po’ ) : dentro un blog esiste tutta la nostra storia ritengo sia bello e gratificante (per l’autore, anche) dare prova del proprio interesse per quelle SUE parole; e sottolineo “dare prova”. Mi sembra di vedere i volti dei blogger illuminati dall’apprendere che mi ricordi di tutti loro ma soprattutto dei vari post, anche quelli più datati. Molti, è vero, li ho conservati ma tanti resteranno indelebili nella mia mentoteca. Quale il senso del mio lavoro (che mi costa, devo ammetterlo tanta fatica anche perché faccio tutto da autodidatta)? Coltivare le persone che hanno veicolato quelle parole, che mi hanno fatto stare bene, far si che mi vengano a trovare in un luogo stimolante, riposante, come “davanti ad un tavolino a sorseggiare un caffè (chi si ricorda di questo mi pensiero?)”. Ho regalato attenzione e dedizione e, devo ammettere, ho ricevuto anche tanta gratificazione. Al sito, forma statica del mio percorso, si affianca il blog come forma dinamica, volutamente progettato senza “fronzoli” multimediali, pochissime immagini, tante parole. I commenti sono liberi, possono essere anche anonimi anche se la mia intenzione non è quella di aprire un dibattito uno-a-uno, ma da uno a molti e da molti a molti. La vostra mail sarà visibile (anche se non siete costretti a metterla) perché così gli altri utenti se vogliono possono anche interagire fra di loro, approfondendo conoscenze e pensieri. Sappiamo benissimo quanto sia gratificante e stimolante ricevere delle gradite e belle mail; essere ricordati e ricordare a nostra volta! Che tristezza, invece, un lotus o un Outlook riempito solo di spazzatura e di comunicazioni di lavoro e commerciali. La mail, come dicevo, è visibile. Poiché la piattaforma è privata non dovrebbero esserci problemi di spam, però non posso esserne certo. Il mio consiglio è quello di creare, magari, una seconda mail, di quelle utilizzate per questo tipo di finalità.
 
Una piattaforma così fatta va contro tutti i canoni del blog dove i post e i commenti in genere sono brevi. Caro lettore avrai modo di constatare come il mondo della blogsfera sta cambiando. Già l’anonimato viene meno e poi ognuno vuole scrivere per una propria forma di “bonario protagonismo” ma anche perché desidera far conoscere i propri sentimenti e spesso due righe non bastano. In una simile prospettiva ritengo che il blog possa essere assimilato ad una pratica meditativa. Invito a leggere l’articolo della Luisa Carrada sulla scrittura come pratica yoga da me ripreso per sostenere la mia tesi (leggi qui –cap.3.3 pag.96).
 
Pertanto leggete, scrivete, parlate, confrontatevi fra di voi, fate, insomma, quello che vi pare, nel rispetto ovviamente del buon senso e della buona educazione.
 
Ah! Un'altra cosa: avrei intenzione di inserire una porzione di sito, accessibile solo tramite password, in cui ognuno potrà presentarsi e mettere la propria foto. Non chiedo ovviamente dati sensibili, ma vedere in faccia chi scrive non credo possa rappresentare un problema. Se vi interessa fatemelo sapere che ci studio un po’ su, naturalmente con i vostri consigli.
 
Un mondo di bene, Antonello

Oppressione da weblog

antoniobellanca00it (03/09/2008 - 23:09)

L’oppressione da dipendenza web è un argomento tabù. A chiunque venga rivolta la domanda sulla web-dipendenza tutti, ma proprio tutti, dichiarano di essere pienamente consapevoli dell’uso che ne fanno del virtuale e di sapere quando è arrivata l’ora di staccare la spina. Un articolo apparso su Repubblica del 27 agosto espone il problema con un titolo che riassume tutta la complessità del caso: “fuga da face book”. In estrema sintesi il pubblico virtuale, dopo il periodo di euforia dovuto alla naturale e necessaria visibilità che ognuno di noi legittimamente desidera, si sente oppresso. Benchè nel primo periodo il blogger metta a conoscenza tutti della propria sfera privata, sentimenti e vita lavorativa, in un secondo momento si sente stritolato dalla stessa presunta libertà che andava cercando all’atto dell’iscrizione sulla piattaforma e sente la sua vita privata minacciata e violata. La gestibilità degli “amici” inizia a diventare complessa, si tende a sostituire la propria identità fin quando si perde di vista la propria. Come ho già anticipato su un altro post e già ribadito in altre piattaforme, si arriva addirittura a sperimentare il suicidio uccidendo il proprio blog (leggi qui). Ad una blogger di Libero, qualche tempo fa, autrice di un bellissimo sito dedicato ad un personaggio femminile dei fumetti, che con maestria riesce a far interagire anche musica, poesia e teatro chiesi se la sua forma di espressione artistica, quale quella di aggiornare costantemente un blog di qualità, non diventasse, a lungo andare , una spada di Damocle. Sostenne, ricordo, assolutamente di NO perché perfettamente in grado di capire che il mondo virtuale è un mondo fatto “di sole parole” e che nulla ci si poteva aspettare da una realtà siffatta. Preso atto della risposta, qualche tempo dopo, ripropongo la stessa domanda formulandola diversamente, la risposta mi ha lasciato di stucco: “quando accendo il pc sono tre le parole che appaiono sullo schermo: non è importante”. La risposta è eloquente quanto basta. Alla stessa stregua di una dipendenza da alcool o da cibo, come quando si mette davanti al frigorifero la propria foto e l’ammonimento della parola d’ordine tipica delle diete americane, così la blogger intendeva difendersi da probabili e malsane dipendenze. Il problema è, a mio avviso, che l’uomo ha necessità di essere visto tramite le forme di espressione quali quella della scrittura: è quello che io chiamo “bonario protagonismo”. Ed allora, dato che l’uomo sembra non conoscere la giusta misura, il mondo del virtuale è tutto da condannare e da buttare in mare? In tutta sincerità, caro lettore, per la serie “qui lo dico e qui lo nego”, non potendo sottrarmi neanche io a questa realtà, credo che al blogger manchi una buona dose di sincerità ed umiltà che farebbe apparire tutto più semplice e immediato. Cosa c’è di male ad ammettere che l’uso del virtuale serve a sopperire una qualche mancanza? Ovviamente l’uso di esso sarà più o meno compulsivo a seconda della quantità della mancanza stessa e in questo il virtuale non differisce da altri mezzi per sfuggire alla realtà (alcool o droga).  Preso atto delle proprie intenzioni, svincolando il prendere (e prendersi in giro) il resto del popolo della blogsfera, immergersi nel mondo virtuale può anche essere una opportunità per svoltare momentaneamente pagina in una vita che per quanto sia unica e irripetibile appare, sempre più frequentemente, deludente e priva di spessore nonché di affetti. Tengo a precisare, ancora, che il termine “mancanza” deve essere preso nel senso più ampio possibile, dal micro al macro (a buon intenditor…). Concludo con un’altra citazione di un’altra blogger che, ricordo, mi diede una bella lezione di vita: “scrivi per te stesso”. Questa semplice affermazione mi ha fatto riflettere e credo che sia stato l’elemento determinate della mia indipendenza dalle community: i commenti! I commenti sono micidiali, sono le caramelle, quelle buone, che ti invogliano a continuare a scrivere, sempre meglio e di più. Poiché il popolo della blogsfera è normalmente abbastanza volubile come accade per la gente dello spettacolo, oggi ti osanna e domani si è già dimenticato di te. Questo spinge a creare post sempre più intriganti e di qualità ma che causa, inevitabilmente, uno stress emotivo dovuto all’escalation cui si è assoggettati.
 
Virtualmente vostro, Antonello
 
Ah! Un ultima cosa: se seguite un blog per diverso tempo noterete che ad un certo punto l’atteggiamento dionisiaco del blogger va un po’ scemando, nel produrre post con poca o nulla attrattiva, meno intriganti, meno forzatamente indirizzati ad argomenti “esca” che fanno colpo per una sicura lettura: nessun problema! Il blogger è appena uscito da una fase relativamente negativa o di crisi comunque legata ad una sofferenza: i post più belli, drammatici e languidi nascono da disagi o stati d’animo particolari. E’ così in genere per tutte le produzioni artistiche in cui l’autore, con un abile mossa (anche inconsapevole) desidera far si che il lettore si immedesimi nel proprio animo con un adeguata catarsi. Però questo, caro lettore,…qui lo dico e qui lo nego!

 

 

Ma davvero sei riuscito a leggere sino ai distinti saluti?

Blogger, dimmi che musica ascolti e che film vedi e ti dirò chi sei

antoniobellanca00it (12/08/2008 - 12:03)




Il titolo del post, caro lettore, è volutamente provocatorio. Conoscere i gusti musicali e quelli cinematografici permette, però, di addentrarsi in maniera significativa nel mondo interiore di chi scrive. Ho avuto modo di sperimentare questo post in altra piattaforma proprio agli esordi del mio studio sul mondo della blogsfera e ho notato come uno dei template più in vista, ancora oggi, è proprio quello su ciò che si ascolta e si legge. Questo è un post sempre in primo piano, con il permalink disponibile sulla destra del presente blog; il fine è quello di condividere i proprio gusti per verificare, magari, punti di affinità con altri blogger e per conoscersi meglio. E’ un post sempre aperto sia perché costantemente aggiornato ma anche per dare la possibilità ad ogni navigante di inserire la sua top list. Bene, inizio io. Sarebbe impossibile elencare tutti i film e i dischi preferiti, opero la così detta scelta “da portare nell’isola deserta”.
 
Film:
  • Carrington
  • Lezioni di piano
  • L’uomo che amava le donne
  • La calda amante
  • La signora della porta accanto
  • Staying alive
  • Yuppi Du
  • Radio freccia
  • A ciascuno il suo
  • Le due inglesi
  • Play time
  • La moglie del soldato
  • Metropolis (Fritz Lang)
  • Alta fedeltà
 
Musica:
  • You and me and everyone you know (colonna sonora)
  • In a praise of dream (Jan Garbarek)
  • Songs for distant hearts (Mike Olfield)
  • The Koln Concert (Keith Jarrett)
  • Atom hearth mothers (Pink Floyd)
  • Billi Holiday (Decca recording)
  • Sheherazade (Korsakoff diretto da Reiner)
  • I pini di Roma (Respighi diretto da Reiner)
  • Beethoven, nove sinfonie (NBC –Toscanini)
  • La mer (Debussy- Toscanini)
  • Le nozze di Figaro (Mozart- Giulini, con la splendida voce di Anna Moffo)
  • Tosca (Puccini, Sabata, Callas- storica interpretazione, registrazione in presa diretta)
  • Requiem (Mozart, Bruno Walter)