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antoniobellanca00it (17/09/2009 - 20:08)


Del tuo
 
La vitalità di una società è la comunicazione.
Ho detto vitalità, vedi? No. La VITA.
La vita di una società è sentirsi, ascoltarsi, come attori su un palcoscenico.
Ché lo vedi subito, se si stanno ascoltando o se pensano alla battuta dopo,
senza badare, senza rispetto, senza ascolto.
Resto, resto.
Mi affardello sulle spalle tutti i grazie che devo, e tento il contraccambio.
Nella bolla, dalla bolla, in su.
E ad ogni pensiero che metto in fila, vado fuori.
Ad annusare la pioggia.
La strada.
Il soffritto.
I tram.
E tirare sassolini alle finestre.
Vieni giù?
Scendi?
 
(la chiarina: del restare,delle reti, delle braghe calate)
 
Si respira rabbia e aria di case di ringhiera in queste parole o, comunque, di un vivo desiderio nostalgico per qualcosa che è stato depauperato, sottratto e poi abbandonato, perché ritenuto inutile e senza valore: il semplice vivere o, se si preferisce, il vivere semplice.  L’emergenza della conoscenza condivisa e del continuo aggiornamento nel mondo non delimitato da spazi, promuove il legittimo interrogativo su quanto sia utile scrivere piuttosto che il sol pensare. Scrivere è solo un conseguenza del pensare che già, in sé, contiene tutta la sua necessità? E’ necessario pensare ma non è indispensabile scrivere, a maggior ragione nel “non luogo” per eccellenza dove l’interrogativo “per chi” e “per cosa” scoraggiano qualsiasi iniziativa per quanto si possa credere costruttiva. Né odori, né canto, nessuna presenza solo un semplice riscontro, attesa spasmodica, di qualcuno il cui ingrato compito è quello di trasportare uno specchio, anche piccolo, dove potersi riconoscere. Null’altro. Tra necessità di comunicare un mondo assolutamente prezioso, se non perché è il proprio, quello faticosamente costruito, e il bisogno di un riscontro emotivo non competitivo ed escludente ma affabile ed empatico, non giudicante né recriminante, esplode l’entusiasmo euristico quando si scopre di essere notati. E sì, è proprio qui la questione. Commedianti di una ribalta che impone una maschera da indossare, spesso quella dell’ipocrisia, dopo tanto recitare (a maggior ragione se il soggetto è scritto di proprio pugno ed autobiografico) desiderano almeno un applauso, magari dell’unico spettatore, seduto in ultima fila, quella poco illuminata.
 
 
E del mio
 
 
Quando le parole di Luigi
entrano nei miei pensieri
vuol dire che,
le cose non girano come dovrebbero.
Da attore, nel teatro della vita,
non cerco la parte del protagonista
perché so già che faticosa
quanto quella della comparsa occasionale.
La ribalta spinge ad un crescendo prestazionale;
come comparsa, al massimo, qualche osso rotto
da controfigura.
Ma perché non è possibile intervenire
nella sceneggiatura della vita?
Di autori ce ne sono tanti che offrono (e taluni impongono);
mi si lasci (almeno) questa possibilità.
Chiedere anche la parte principale sarebbe troppo,
ma qualora mi fosse concesso
sarei comunque grato per la possibilità di scelta.
Il teatro dove esibirmi mi è già assegnato
quando uscire di scena, pure.
Una libera interpretazione del copione della vita
è forse chiedere troppo?
 
 
Vi pare, signori che possa più essere vita dove non si muove più nulla?
Se un’opera d’arte sopravvie è solo perché noi possiamo ancora rimuoverla
dalla fissità; sciogliere questa sua forma dentro di noi in movimento vitale
e la vita gliela diamo noi. (L.Pirandello: “questa sera si recita a soggetto”)

La condivisione analogica

antoniobellanca00it (06/05/2009 - 22:19)


Leggi il mio articolo gentilmente  pubblicato da

IBRIDAMENTI

Dio esiste?

antoniobellanca00it (02/03/2009 - 18:23)


 
Secoli e secoli di pensiero filosofico nell’affannosa ricerca di Dio e sulla sua esistenza distrutti da una valida ed assoluta concezione: l’impossibilità di conoscere la verità sulla realtà di Dio e se davvero dobbiamo credere in lui.
 
Se mi fosse chiesto “In quale momento saresti voluto essere presente nella storia?”, non avrei dubbi – “Al primo istante di vita dell’universo!”
Sarà banale ma dentro quell’istante è racchiusa la spiegazione di tutta la nostra esistenza
 
Anche il grande Kant, come tutti i filosofi, ha tentato di dare una spiegazione plausibile all’esistenza di Dio, senza riuscirci e, oltretutto, costretto a ripiegare su un opinione consolidata e diffusa, benché empirica e fallace: Dio esiste perché esiste la perfezione!
 
Purtroppo l’essere cresciuti in uno stato cattolico con una catechesi ricevuta in età fanciullesca che spesso ci abbandona appena ci si affaccia all’adolescenza, non ci aiuta.
Il problema è che appena mettiamo in discussione i misteri cardini del cristianesimo ci troviamo senza risposte valide: Gesù è l’incarnazione di Dio? E’ veramente risorto?
Le testimonianze dei vangeli ufficiali ci convincono pienamente?
 
La libertà nella razionalità del pensiero ritengo sia una possibilità relativamente recente. Non a caso la Chiesa sta affrontando la più grande crisi mistica mai conosciuta, nei confronti di un mondo sempre incerto, dal piacere dell’attimo ben più soddisfacente di un ipotetico migliore futuro eterno. Durante gli studi di filosofia morale sono rimasto estremamente affascinato da Carlo Enzo, un conoscitore del midrash, uno strumento di lettura della Bibbia che tiene conto della terminologia usata dalla lingua ebraica nella stesura del grande testo. Enzo mi è stato utile per capire come tutto ciò che è indicato nella Bibbia non debba essere necessariamente recepito così come è scritto. Ha una sua validità se si considera, però, la condizione storica di riferimento. Ed allora appare tutto più chiaro, circa la creazione, firmamento, tenebre, il settimo giorno e l’albero della vita. Oltre ad aver studiato e riflettuto sul suo “Adamo dove sei?” Ho avuto anche l’opportunità di stringere la mano all’anziano scrittore ed unirmi all’entusiasmo di tutti gli attoniti ascoltatori del seminario universitario. Ma al di là dell’interpretazione secondo esegesi della Bibbia esiste un problema non secondario: la necessaria capacità critica che dovrebbe esistere in ognuno di noi. Purtroppo, per negligenza, non la sfruttiamo e desideriamo il più delle volte essere guidati; in altre parole abbiamo aperto consapevolmente le porte del Cristianesimo proprio per affrontare quella che appare il più grande mistero per l’uomo. La sua provenienza, la sua destinazione, qualcuno a cui credere. Ecco che l’interpretazione di Carlo Enzo mette una pietra nella falla della conoscenza e la sua interpretazione del Sacro Testo appare la più plausibile. Si potrebbe ampliare il concetto con la gnosologia, il demiurgo, il Dio buono da quello cattivo…ma il discorso è troppo ampio. Posso suggerire, qualora si volesse approfondire l’argomento, un bellissimo testo, di facile lettura e comprensione di Salvatore Natoli: progresso e catastrofe.
 
La ricerca di Dio quindi sta nel percorso che ogni individuo può - se vuole - fare nel cercare di trovare un canale di comunicazione con Dio.
 
Non esiste dunque una verità assoluta ma una verità relativa che si trova dentro di noi, nel nostro più profondo intimo, dove risiedono tutti i canoni della moralità, del buon senso e del senso di una vita da condurre in maniera ottimale, senza sacrificarla. Anche qui Kant insegna: la legge morale dentro di noi, il cielo stellato sopra di noi.
 
Ringraziamenti. Chi mi segue da tempo sa di quanto sia “affamato” da sani confronti epistolari da consumare con la dovuta riflessione. Se uso il mezzo multimediale è perché ne riconosco l’ottimale moderna modalità di comunicazione ma non si presta ad una lettura degna di meditazione: troppo veloce e con possibilità di distrarsi dal contesto di riferimento, salvo che stampare il contenuto della pagina web per leggerlo con la calma necessaria. Il mio amico Sandro, ritrovato dopo tanto tempo dai tempi dei banchi di scuola, mi ha fatto un dono (perché chi mette nelle mani altrui il proprio mondo interiore dona qualcosa di veramente prezioso): alcune sue riflessioni inviatemi via mail che ho letto con giusto interesse con la speranza di aver contraccambiato, nel mio piccolo, e contribuito ad arricchire la conoscenza condivisa, nel rispetto di quelle che mi sforzo di portare avanti come ideale modalità di comunicazione filosofica nel web.
Lo scritto in corsivo è di Sandro estratto dal documento dal titolo “Chi siamo? Dio Esiste?” visionabile qui. A Sandro il mio più sincero ringraziamento per lo spunto di riflessione ma anche per aver alimentato la fiammella, ormai quasi esigua, della sincera amicizia.
 
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Collaborazione come Jam Session

antoniobellanca00it (08/12/2008 - 20:11)


 
 Apparente improvvisazione di una Jam Session dove le idee sostituiscono gli strumenti. Creatività, condivisione ma soprattutto collaborazione come quella nata occasionalmente con Cristina Finazzi autrice di modalogia. Cristina apre ampi spazi di riflessione sulla filosofia della moda nelle più varie sfaccettature; è autrice, altresì, di un interessante libro sulla filosofia dello sport.
 
L’aspetto euristico che ha fatto nascere “l’improvvisazione” come collaborazione, si manifesta nell’ idea (con sincero augurio di futura evoluzione) e passione comune sulla filosofia pratica e sull’uso terapeutico della consulenza filosofica che Cristina porta avanti con impegno professionale e competenza anche on line
 
 
·        Il mio post, ospitato su Ibridamenti, sulla metafora della collaborazione come Jam Session
 
Su Cristina Finazzi:
 
·        Il profilo di Cristina
·        Il sito “modalogia
 
A Cristina il mio più sincero augurio e una stretta di mano virtuale alla quale, mi auguro vivamente, si unisca anche la vostra.