Il misantropo in me.

Misantropia; condizione soggettiva o crisi di qualsiasi comunità? La domanda può essere affrontata con riferimento alla propria condizione, è vero, ma mi permetto di sottoporre a degna riflessione un'impressione: perchè ci si ri-ritrova (chiedo venia per il gioco di parole) a chiudersi in sè stessi? Per quale motivo non vediamo l'ora di rientrare nelle mura domestiche per poi, solertemente, chiudere il tutto con la massima velocità? Rifletti lettore: hai mai pensato, magari prima di dormire, della fortuna che hai avuto, nella giornata, di ri-trovarti ancora una volta nel tuo letto e riposare? E del senso di sicurezza che si infonde in te nel ripercorrere tutte le chiusure (e non solo mentali) di casa tua proprio come un uccellino nel suo nido contento di essere dentro, accudito, mentre fuori percepisce ostilità e pericolo? Quali le cause di cotanto comportamento? Fra le tante, forse, emergono due prioritarie. Il senso diffuso di insicurezza che porta a ricercare mura familiari consolatrici, nelle quali eccheggiano voci amiche di madre, fratelli, mogli, figli. Il secondo, in termine numerico, ma molto più subdolo e pericoloso, invece, è il diffuso "relativo" benessere. Noterai, caro lettore, che il termine relativo è ancorato da apici; sta a significare che non è un benessere diffuso inteso come tale; in questo contesto mi servo del concetto per indicare l'orticello che abbiamo faticosamente coltivato, più o meno grande. Sbarre, grate, catenacci, paure (sempre più crescenti) mettono in pericolo quanto soggettivamente è più di prezioso. Se penso alle realtà contadine di un tempo quando si viveva con la porta aperta, in comunione e condivisione di vitto, di sorrisi elargiti alla soglia della porta, continui ai diversi passaggi dalla via dei compaesani...proprio (e per quanto mi sforzi di ricordare) non mi sovviene assolutamente alcun lucchetto...e non solo alle porte.
Saluti affettuosi, Anto





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